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Una donna su 10 esce da mercato lavoro dopo maternità
Nel 2005, in Italia, una donna su dieci esce dal mercato del lavoro a causa della maternità. E' uno dei dati più critici che emergono da 'Maternità, lavoro, discriminazioni', uno studio realizzato dall'Area ricerche sui sistemi del lavoro dell'Isfol su incarico dell'Ufficio nazionale della consigliera di parità. La ricerca si avvale, tra l'altro, di un'inedita indagine 'Isfol Plus', condotta su un campione, rappresentativo per area geografica, di 25.000 donne di età compresa tra i 15 e i 64 anni, per analizzare la partecipazione femminile e le transizioni nel mercato del lavoro rispetto al tema della maternità.
Il volume, edito da Rubettino, è stato presentato a Roma, presso la sede del ministero del Lavoro, in via Flavia, dalla consigliera nazionale di parità, Isabella Rauti, dal direttore generale per l'Attività ispettiva del ministero del Lavoro, Mario Notaro, dal presidente dell'Isfol, Sergio Trevisanato, e dai ricercatori dell'Isfol Valentina Cardinali (curatrice della ricerca) ed Emiliano Mandrone (responsabile indagine campionaria Isfol Plus). Alla presentazione sono intervenute, inoltre, i sottosegretari alla Solidarietà sociale, Franca Donaggio, e alle Pari opportunità, Donatella Linguiti, oltre a numerose consigliere di parità regionali e provinciali.
AL SUD DOPO NASCITA FIGLIO SI RICORRE AL SOMMERSO
La maternità è, dunque, ancora la causa principale dell'abbandono del lavoro da parte delle donne. Il 13,5% delle lavoratrici, infatti, esce dal mercato del lavoro, momentaneamente o definitivamente, dopo la nascita di un figlio, proprio per occuparsene direttamente. Un evento, quest'ultimo, che risulta essere, oltre che di difficile gestione da parte di aziende e datori di lavoro, anche fonte di diverse pratiche discriminatorie. Un discorso a parte merita, poi, il Mezzogiorno, dove il sommerso viene indicato come la principale forma di rientro dopo la maternità, per motivi economici e fiscali: non un 'secondo lavoro in nero', ma una vera e propria occupazione full time non legale.
Per stare più vicino ai figli e continuare al tempo stesso a lavorare, molte donne scelgono il part time, che rappresenta uno strumento di conciliazione tipicamente femminile. Le motivazioni del ricorso a tale tipo di contratto sono, infatti, segnatamente diverse a seconda del genere: per oltre la metà degli uomini, tale scelta è stata imposta dal datore di lavoro e, in caso contrario, è momentanea, mentre per quasi il 70% delle donne è volontaria e pressoché definitiva. Illuminante, inoltre, il dato sul part time potenziale: gli uomini lo chiederebbero in futuro 'per fare un altro lavoro', mentre le donne per 'prendersi cura dei figli'.
OLTRE META' MADRI FA AFFIDAMENTO SU NONNI
Tra gli strumenti di conciliazione tra vita privata e professionale, per le donne che continuano a lavorare dopo la maternità, la rete dei parenti, e in particolare i nonni (50,5%), occupa il primo posto, seguita dal nido pubblico (17,7%) e da quello privato (11,4%). Solo il 9% dichiara di avvalersi, anche solo sporadicamente, di una baby-sitter. L'aiuto del partner, invece, viene percepito dalle donne come occasionale (41%). Il che vuol dire, osserva l'Isfol, che la condivisione dei compiti all'interno della coppia ancora non e' tale da favorire in misura rilevante la permanenza delle donne nel mercato del lavoro.
Nonostante la fruizione di congedi parentali da parte degli uomini sia in ascesa (nel 2004 il 24% degli uomini contro il 76% delle donne), come pure la richiesta di part time maschile, il tempo libero delle donne (2h34' e, se occupate, 2h11'), a parità di condizione familiare ed età, è sempre inferiore a quello di cui dispongono gli uomini (3h15'). Per questi ultimi, infatti, le attività di cura e di gestione domestica occupano una quota residuale. Solo l'11% dei padri si occupa in modo sostanziale dei propri figli in età prescolare e coloro i quali lo fanno appartengono a categorie professionali, quali impiegati e insegnanti, i cui orari e modalità di lavoro favoriscono la tanto auspicata ridefinizione dei compiti paterni.
MADRI LAVORATRICI SPESSO DISCRIMINATE DA DATORI
Ma avere un figlio non significa solo andare incontro a difficoltà di conciliazione tra carriera e famiglia, ma anche subire vere e proprie discriminazioni sul lavoro. Mobbing in varie forme, esclusione da progetti importanti, richiesta più o meno velata dei datori di lavoro che invitano a posticipare la scelta di maternità, comportamenti a vario titolo scorretti di questi ultimi, che arrivano a fare firmare dimissioni in bianco, sono spesso denunciati da rappresentanti di associazioni sindacali, patronati, associazioni femminili. Basti pensare che, tra chi ha lasciato il lavoro dopo la nascita di un figlio, il 12% ha perso il posto. E, tra chi continua a lavorare, il 13% non ha un contratto stabile. Se si considerano le donne che, invece, non lavoravano neanche prima della maternità, si scopre che almeno il 15% non riusciva e continua a non riuscire, dopo il figlio, a trovare un impiego.
Dall'indagine emerge, dunque, un articolato panorama di problemi e suggerimenti operativi, riportati nel volume, dove è presente anche una mappatura dei comuni che hanno attivato il 'Piano territoriale degli orari', uno strumento volto a favorire la conciliazione tra vita e lavoro. Anche tali esperienze attestano che, in Italia, la maternità viene ancora percepita come un fatto privato a cui non viene riconosciuto, al di là delle enunciazioni di principio, un valore sociale.
DONAGGIO, SORREGGERE CONDIVISIONE RESPONSABILITA'
“I dati che emergono dalla ricerca confermano un quadro preoccupante e la necessità di affrontarlo attraverso politiche che agiscano su tutto il fronte del lavoro e sulla rete dei servizi”. Questo il commento del sottosegretario alla Solidarietà sociale, Franca Donaggio, intervenuta alla presentazione del volume. “La legislazione degli ultimi anni - ha sostenuto - ha assecondato questo fenomeno della marginalizzazione della donna nel mercato del lavoro. Per questo, il governo di centro-sinistra è intenzionato a riscrivere una serie di norme contenute nella legge 30, per favorire una maggiore stabilizzazione nel mercato”. Ma, più che di conciliazione tra lavoro e famiglia, Donaggio preferisce parlare di “condivisione di responsabilità”. “Il termine 'conciliazione', infatti, si presta ad ambiguità - ha avvertito - in quanto indica una soluzione di tipo individuale, mentre compiti e responsabilità devono essere condivisi e le politiche pubbliche devono farsi carico di sorreggere questa condivisione”.
Anche il sottosegretario alle Pari opportunità, Donatella Linguiti, ha ricordato che “il programma dell'Unione indica come priorità il sostegno alle politiche di conciliazione e ai servizi, nell'ottica di riconoscere il diritto delle donne al lavoro”. “La risposta - ha precisato - passa, però, anche attraverso il potenziamento della rappresentanza istituzionale delle donne e la costruzione dei bilanci di genere”.
RAUTI, PERSISTONO STEREOTIPI DI GENERE E CRITICITA'
“Il rapporto tra maternità, lavoro e discriminazioni rappresenta il perimetro di interesse privilegiato delle consigliere di parità e il nodo fondamentale, non risolto, del mercato del lavoro”. E' quanto ha affermato Isabella Rauti, consigliera nazionale di parità, che coordina la rete istituita presso il ministero del Lavoro operante sul territorio per combattere le discriminazioni di genere sui luoghi di lavoro. “Questa ricerca - ha proseguito - conferma tutte le indicazioni già note, a partire dal calo della natalità, dovuto anche alle difficoltà per le donne di entrare, mantenere e reinserirsi nel posto di lavoro, soprattutto dopo la nascita di un figlio. Nonostante i progressi registrati nel tasso di occupazione femminile, infatti, persistono stereotipi di genere e criticità che, anzi sembrano aggravarsi”.
Per Mario Notaro, direttore generale per l'Attività ispettiva del ministero del Lavoro, “le difficoltà che incontrano le donne, in questo momento, si inquadrano nelle più ampie criticità che interessano l'intero mercato del lavoro”. “Operare in questo campo - ha assicurato - è una nostra priorità e, in questo senso, occorre dare segnali forti e concreti per accompagnare l'inserimento delle donne nel mercato del lavoro”.
TREVISANATO, SERVONO SERVIZI PER CONSENTIRE LIBERA SCELTA
“La maternità, che oggettivamente dovrebbe essere un aspetto di riconoscimento di ruolo, non solo per le donne ma anche per gli uomini, di fatto diventa un elemento di criticità”, ha detto Sergio Trevisanato, presidente dell'Isfol. “E' necessario, quindi, avviare servizi di supporto - ha sottolineato - per rendere libera la scelta delle donne e agevolare il loro rientro nel mercato del lavoro. In questo senso, ognuno deve fare la sua parte, compresi gli uomini, per consentire una parità effettiva”.
“Maternità, lavoro e discriminazioni - ha spiegato la ricercatrice dell'Isfol, Valentina Cardinali, curatrice della ricerca - sono tre temi correlati nel mercato italiano, dove, come in altri paesi mediterranei, il cosiddetto 'gender gap' arriva al 25%, con punte del 30% al Sud. Una differenza che si riscontra anche nell'uso del part time, scelto prevalentemente dalle donne, tra i 30 e i 49 anni, come strumento di conciliazione, mentre per gli uomini rappresenta una via di accesso, momentanea, al mercato del lavoro”. La nascita di un figlio, ha aggiunto Emiliano Mandrone, ricercatore dell'Isfol e responsabile dell'indagine 'Isfol Plus', “determina una caduta della partecipazione femminile al mercato del lavoro pari al 10% e rappresenta una grave perdita anche in termini di costi”. “Per questo - ha precisato - le donne chiedono orari più flessibili, part time, ma anche una maggiore offerta di servizi pubblici”.
14/06/2006
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