|
Isfol, al Sud un’impresa sociale su quattro
Una su quattro tra le imprese sociali attive in Italia si trova al Mezzogiorno. Nelle regioni Obiettivo 1, infatti, sono 41.330, su un totale nazionale di 165.335. E’ questa la platea di soggetti no profit interessati alla nuova disciplina appena entrata in vigore, con il decreto legislativo numero 155 del 2006 che ha dato attuazione alla riforma del settore. Ed è proprio al Sud che l’economia sociale, anche grazie al sostegno dei fondi strutturali europei, ha conosciuto una fase di crescita positiva contribuendo allo sviluppo locale e, in particolare, alla crescita dell’occupazione e all’inclusione sociale. A tracciarne il quadro è l’Isfol, nel volume ‘Tra il dire e il fare’, che raccoglie la prima indagine sui fondi comunitari destinati all’imprenditorialità sociale nelle aree Obiettivo 1.
“L’impresa sociale nella realtà meridionale - sottolinea l’Isfol - non esaurisce il suo ruolo nella tutela delle fasce più deboli e nei processi di lotta all’esclusione, ma, con il carattere innovativo del modello imprenditoriale che essa incarna, offre sostenibilità allo sviluppo economico ‘tout court’. In altre parole, nel Sud del Paese, l’impresa sociale sembra contenere notevoli potenzialità come volano di sviluppo più complessivo delle economie locali”.
PRESENZA MAGGIORE IN SICILIA - 91% COSTITUITO DA ASSOCIAZIONI
La regione meridionale in cui è concentrato il maggior numero di imprese sociali è la Sicilia, mentre quella con il dato più basso è la Basilicata. Sicilia, Puglia e Campania, insieme, ospitano oltre il 73% delle imprese sociali meridionali. E le imprese pugliesi e siciliane generano da sole il 57% delle entrate - che al Sud sono prevalentemente di fonte pubblica, contrariamente al resto d’Italia dove prevalgono i finanziamenti privati - e il 57,3% delle uscite totali per il Mezzogiorno.
La quasi totalità delle imprese sociali meridionali (91%), come nel resto d’Italia, adotta la forma giuridica dell’associazione, che tuttavia risulta in calo e, di queste, il 58,7% non è riconosciuto. In crescita, invece, le cooperative sociali, che rappresentano il 3%, mentre fondazioni e comitati coprono solo l’1% ciascuno. Le associazioni non riconosciute sono più frequenti in Sicilia, mentre in Molise, Calabria e Basilicata è maggiore la presenza di quelle riconosciute. Le fondazioni, invece, hanno un peso più rilevante in Calabria e minore in Sardegna, mentre i comitati sono comparativamente meno diffusi in Basilicata e più in Molise. Una regione, quest’ultima, dove invece registrano un ‘picco’ i comitati (8,8%).
SETTORE PREVALENTE CULTURA, SPORT E RICREAZIONE
Quanto al settore di attività delle imprese sociali del Sud, in linea con il dato nazionale, prevalgono cultura, sport e ricreazione, in cui opera il 58,6% delle imprese sociali meridionali, seguiti, a distanza, da assistenza sociale (10,4%) e relazioni sindacali (9,5%). Una quota minoritaria è impegnata, invece, in istruzione e ricerca (4,8%), sanità (4,3%), religione (4%), tutela dei diritti (3,7%), sviluppo economico (1,9%), ambiente (1,5%), filantropia (0,5%) e cooperazione internazionale (0,2%). Anche tra i settori di attività si rilevano differenze da regione a regione nell’area Obiettivo 1. In Molise, per esempio, le imprese sociali operano in misura relativamente maggiore, rispetto al resto del Sud, nella sanità e assistenza sociale. In Basilicata, cultura, sport e ricreazione hanno un peso inferiore, mentre prevalgono relazioni sindacali, tutela dei diritti e, soprattutto, sviluppo economico. La Sardegna, poi, si segnala per la diffusione di imprese sociali nella sanità, assistenza sociale e ambiente e per la minore presenza nel settore della religione.
OCCUPAZIONE PER 590MILA PERSONE
Ma le imprese sociali sono anche un’importante bacino di occupazione. Nelle regioni Obiettivo 1, vi lavorano 589.832 persone, pari al 17% del totale impiegato in Italia. Si tratta soprattutto, come nel resto del Paese, di volontari (78,5%), seguiti da dipendenti (15,6%), religiosi (3,2%), collaboratori (1,4%), obiettori di coscienza (0,9%) e lavoratori distaccati da altre imprese o enti (0,3%). Sicilia, Puglia e Campania assorbono il 66% degli occupati nelle imprese sociali del Sud (rispettivamente 23%, 22,6% e 20,7%). Seguono la Sardegna, con il 18,8%, la Calabria (10,6%), la Basilicata (2,5%) e il Molise (1,8%). In Sicilia si fa un ricorso maggiore ai dipendenti e minore ai volontari, al contrario di quando accade in Campania, Calabria, Puglia e Sardegna. Il peso dei religiosi, generalmente superiore al resto d’Italia, è più accentuato in Molise e Calabria. Mentre le imprese lucane si caratterizzano per un uso più elevato di obiettori di coscienza. Inoltre, i volontari sono più numerosi nelle associazioni, dove sono di meno i dipendenti. Una distribuzione opposta si osserva, invece, nelle cooperative sociali, dove sono più diffuse anche le collaborazioni. Le fondazioni preferiscono ricorrere in egual misura a dipendenti e volontari e i comitati si avvalgono quasi esclusivamente di questi ultimi.
BASILICATA, FORTE INCREMENTO COOPERATIVE SOCIALI
Lo sviluppo dell’impresa sociale in Basilicata, negli ultimi anni, è avvenuto soprattutto sul versante delle cooperative sociali. Negli ultimi dieci anni, infatti, si registra una crescita esponenziale di queste ultime, passate, dal 1993 al 2003, da 44 a 160. Tra gli strumenti di sostegno all’impresa sociale, al di fuori dei finanziamenti comunitari, un ruolo centrale spetta al Piano regionale socio-assistenziale, con i relativi piani di zona, supportato dalle leggi regionali. Il Programma Operativo Regionale (Por) Basilicata, poi, contiene molteplici misure di sostegno all’impresa sociale. Tuttavia, l’analisi dell’Isfol rileva uno scarto considerevole tra la programmazione e la realizzazione delle politiche pubbliche per l’impresa sociale, a causa della mancata attivazione di molti degli strumenti preposti. Viceversa, esistono strumenti che non nascono come politiche a sostegno dell’impresa sociale, ma che di fatto vengono abitualmente utilizzati da esse. In linea generale, osserva l’Isfol, emerge l’importanza delle misure di sostegno non alla creazione di nuove imprese sociali quanto piuttosto alla sostenibilità e al rafforzamento di quelle esistenti.
CALABRIA, DATO INFERIORE A MEDIA E INTERVENTI FRAMMENTATI
La Calabria si pone agli ultimi posti fra le regioni italiane e al di sotto del valore del Mezzogiorno nel rapporto tra organizzazioni no profit e numero di abitanti. Un dato, tuttavia, che va letto alla luce di un contesto economico regionale caratterizzato, nel complesso, da un basso numero di imprese per abitante. Inoltre, il fenomeno dell’imprenditoria sociale in Calabria ha origini recenti: il 64,9% delle organizzazioni no profit è stato costituito dopo gli anni ’90. Grande attenzione all’economia sociale è dedicata dal Programma Operativo Regionale (Por) della Calabria. Tuttavia, avverte l’Isfol, l’eccessiva frammentazione e polverizzazione degli interventi ne ha vanificato l’efficacia. “In una regione in ritardo come la Calabria - si legge nello studio - l’impresa sociale assume, infatti, una valenza e una funzione che vanno oltre gli aspetti meramente sociali di supporto alle fasce deboli e di redistribuzione delle risorse. Il contributo che questo tipo di attività imprenditoriale può apportare si rivela potenzialmente decisivo per lo sviluppo del territorio, facendo emergere le risorse locali e valorizzando quelle imprenditoriali”.
CAMPANIA, SUPERARE LOGICA ASSISTENZIALE
Un’opportunità di sviluppo che passi attraverso l’abbandono della logica dell’assistenzialismo a favore del rischio d’impresa. Questa, in sintesi, l’esperienza della Campania, dove si è tentato soprattutto di promuovere l’impresa sociale affrancandola dalla marginalità del settore socio-assistenziale a cui risulta confinata. Dall’analisi del Por Campania emerge che l’impresa sociale costituisce l’interlocutore privilegiato per lo sviluppo dell’occupazione nei cosiddetti nuovi bacini d’impiego e per l’attuazione delle politiche di welfare territoriale, mentre se si passa a considerare i soggetti imprenditoriali che producono beni e servizi è la cooperativa sociale a occupare un posto di primo piano. “Molto interessante - dice l’Isfol - si è rivelata l’analisi sullo stato di attuazione della misura inerente la promozione della partecipazione femminile al mercato del lavoro, che, benché nel testo del documento di programmazione non dia rilevanza all’impresa sociale, nel bando di attuazione dei progetti a regia regionale prevede all’interno del partenariato obbligatoria la presenza di un’organizzazione femminile di Terzo Settore”.
PUGLIA, BOOM A PARTIRE DA ANNI ‘90
In Puglia, l’impresa sociale ha conosciuto un vero e proprio boom a partire dagli anni ‘90, facendo registrare picchi di nascita di nuove imprese sociali considerevoli (6 punti in più rispetto al resto d’Italia). Ma il primo, e l’unico, strumento normativo che definisce il rapporto e il ruolo degli enti locali nei confronti dell’imprenditoria sociale è la legge regionale numero 17 del 2003, che tuttavia si pronuncia solo in merito alla materia dei servizi e degli interventi socio-assistenziali. “Una vera e propria politica di sostegno all’imprenditorialità sociale - afferma l’Isfol - non esiste. Esistono interventi, diversi e non collegati tra loro, che agiscono, a più livelli, sull’impresa sociale. Dall’analisi degli interventi programmati, si evince che la regione non riconosce all’impresa sociale un ruolo centrale come motore di sviluppo economico e sociale. Mancano, infatti, quasi del tutto interventi inerenti agli aspetti più imprenditoriali dell’impresa sociale. Ed è in questa direzione che dovrebbero orientarsi, innanzitutto, le azioni dei ‘policy maker’”.
SARDEGNA, PESA DEBOLEZZA STRUTTURALE
Strumentalità e occasionalità caratterizzano l’impresa sociale in Sardegna. Pur costituendo un fenomeno in netta crescita, l’impresa sociale non riesce ad affrancarsi dall’ambito della provvisorietà e della debolezza strutturale: delle circa 550 imprese sociali esistenti, solo 250 sono effettivamente attive. Le leggi che mirano a favorire la nascita e la stabilizzazione dell’impresa sociale hanno conosciuto una fase programmatica di grande attivismo, a cui tuttavia - avverte l’Isfol - non è seguita un’altrettanto efficace operatività. Le criticità sono in parte legate alle peculiarità della realtà territoriale, con cui l’impresa sociale ha dovuto fare i conti, e in parte dipendono dall’irrisoria quota di risorse messe a disposizione dal bilancio regionale. La programmazione, quindi, non tiene in gran conto la valenza dell’impresa sociale e delle sue potenzialità come bacino occupazionale ed economico. “Difficoltà - conclude l’Isfol - investono anche il piano delle politiche pubbliche, che risultano prive di un’organica linea d’azione a favore del settore, di validi strumenti di valutazione e di monitoraggio”.
SICILIA, SCARSO RICONOSCIMENTO DA ISTITUZIONI
In Sicilia, manca una normativa regionale specifica di promozione dell’imprenditorialità sociale. Tuttavia, la legge regionale numero 32 del 2000 estende i benefici riconosciuti all’imprenditoria siciliana anche alle imprese sociali. Dunque, alla crescita del fenomeno delle aziende no profit non corrisponde, da parte delle istituzioni regionali, il riconoscimento dell’impresa sociale come leva dello sviluppo socio-economico. “In un momento in cui l’impresa sociale è sempre più tesa verso settori di produzione di beni e servizi culturali, ambientali e turistici, in Sicilia essa risulta confinata - dice l’Isfol - all’erogazione dei servizi socio-assistenziali”. Tra le criticità, la ricerca annovera anche “la scarsa conoscenza del fenomeno e dei soggetti dell’imprenditorialità sociale da parte dell’amministrazione regionale, l’assenza di agevolazioni di accesso al credito per le imprese sociali, la permanenza di pratiche clientelari da parte della classe politica locale, la scarsa propensione all’investimento e le scarse risorse manageriali”. Ma, come punto di forza peculiare della regione, si individua la tendenza dell’impresa sociale a stabilizzare i rapporti di lavoro con contratti a tempo indeterminato e rendere più flessibile l’assetto organizzativo.
03/07/2006
|
|