Ue: accordo su telelavoro applicato in quasi tutti Stati

Quasi tutti gli Stati dell'Unione europea a 25 e dello Spazio economico europeo hanno applicato l'accordo sul telelavoro, firmato nel luglio 2002. Fanno eccezione Cipro, Slovacchia, Estonia, Lituania, oltre a Islanda e Norvegia. E' quanto emerge dal rapporto congiunto sull'accordo quadro che ha sancito il diritto dei telelavoratori ad avere le stesse tutele dei lavoratori 'tradizionali', il primo attuato direttamente da sindacati e organizzazioni imprenditoriali in modo autonomo a livello nazionale, contrariamente ad altre intese che hanno dato vita a direttive europee, come quelle su congedi parentali, part time e contratti a termine. L'accordo sul telelavoro, infatti, è stato applicato da ciascuno Stato, secondo il proprio modello di relazioni industriali, con strumenti diversi: contratti collettivi nazionali e settoriali, come in Italia, Francia, Lussemburgo, Grecia, Danimarca e Svezia, ma anche codici di condotta, come Regno Unito e Irlanda, e leggi, come in Repubblica Ceca e Ungheria.

Il rapporto è stato presentato dalle organizzazioni rappresentative di lavoratori e datori a livello comunitario (Unice, Ueapme, Etuc, Ceep) al commissario europeo per l'Occupazione, gli Affari sociali e le Pari opportunità, Vladimir Spidla. “Il rapporto - ha affermato Spidla - mostra che le parti sociali possono non solo negoziare e concludere un accordo, ma anche contribuire direttamente alla sua applicazione”.

“Il rapporto mostra chiaramente che le parti sociali europee - ha dichiarato John Monks, segretario generale dell'Etuc - possono affrontare con successo l'importante tema del telelavoro. Le diverse esperienze attraverso l'Europa sottolineano anche che c'è l'esigenza di chiarire alcune questioni, dato che questo è il primo accordo quadro autonomo a essere applicato dalle stesse parti sociali. Questi temi saranno affrontati nel quadro nel programma di lavoro delle parti sociali europee per il 2006-2008”. Anche per Philippe de Buck, segretario generale dell'Unice, “il rapporto mostra la bontà di iniziative prese in tutta Europa per implementare l'accordo sul telelavoro ed è un risultato molto incoraggiante che riflette l'interesse delle imprese in questa forma flessibile di lavoro”.

“E' la prova della vitalità del dialogo sociale a livello nazionale. E dimostra che anche le piccole imprese traggono vantaggio dal telelavoro quale una delle varie forme di impiego flessibile”, ha detto Hans-Werner Muller, segretario generale dell'Ueapme. Un accordo, dunque, ormai fatto proprio dalle parti sociali, come ha sottolineato Rainer Plassmann, segretario generale del Ceep. “Questa è la precondizione chiave per il successo del dialogo sociale autonomo. Inoltre, la varietà di strumenti disponibili in termini di applicazione ha favorito il crescente uso del telelavoro in alcuni servizi e amministrazioni pubbliche in cui questa forma di lavoro non era molto diffusa prima del 2002”.

Una realtà in costante sviluppo, quella del telelavoro, anche se diffusa ancora solo in certi settori come le telecomunicazioni, e che offre vantaggi sia al lavoratore sia al datore. Permette, infatti, di conciliare meglio la professione con la vita privata, mentre alle imprese dà l'opportunità di combinare la flessibilità alla sicurezza, attraverso il cosiddetto approccio della 'flexicurity'. Si stima che almeno il 6% degli europei abbia 'telelavorato' per almeno il 10% del proprio orario lavorativo. Inoltre, due terzi (66,5%) delle persone in età lavorativa sarebbero interessate a questa modalità di impiego. I telelavoratori, che nel 2002 ammontavano a 4,5 milioni di addetti, coprono una percentuale della popolazione occupata che oscilla dall'8% di Paesi Bassi e Regno Unito al 2% nella Repubblica Ceca e in Ungheria.


12/10/2006
 
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