Ue: al via Anno europeo per le pari opportunità

E’ l’Anno europeo delle pari opportunita’ il 2007. A proclamarlo è stata la Commissione europea, per sottolineare l’impegno per l’uguaglianza nella Ue e dare nuovo impulso alle azioni dirette a garantire la piena applicazione della legislazione comunitaria antidiscriminazione, che finora ha incontrato troppi ostacoli e ritardi. Se, infatti, è al femminile oltre il 75% dei nuovi posti di lavoro creati nell’Unione europea negli ultimi cinque anni, il tasso di occupazione ‘in rosa’ è ancora inferiore di 15 punti rispetto a quello maschile. E le donne sono ‘confinate’ in pochi settori, difficilmente fanno carriera e, rispetto ai colleghi uomini, guadagnano almeno il 15% in meno. Non solo. La difficoltà di conciliare lavoro e vita familiare spesso porta molte donne ad abbandonare il posto dopo la nascita di un figlio.

Sembra, dunque, ancora lontana la parità tra uomini e donne sul lavoro e l'obiettivo fissato dalla Strategia di Lisbona di raggiungere, entro il 2010, il 60% di donne occupate è ancora un miraggio nella maggior parte dei paesi della Ue. Per questo, la Commissione europea ha lanciato una ‘roadmap’ per la parità, che vedrà tra l’altro la nascita di un Istituto europeo per l'uguaglianza tra uomini e donne, che possa contribuire a sensibilizzare l'opinione pubblica sul tema. Quattro i temi chiave: diritti, rappresentanza, riconoscimento e sensibilizzazione, rispetto e tolleranza. L’apertura ufficiale dell’Anno europeo per le pari opportunità è in programma il 30 e 31 gennaio, a Berlino, sotto l’egida della presidenza di turno tedesca e gli Stati membri sono pronti per il taglio del nastro.

DA MINISTERO LAVORO PROGETTO PER PARITA' SALARIO E STABILIZZAZIONE

Contrastare le discriminazioni salariali e favorire il passaggio delle donne dal lavoro precario al lavoro a tempo indeterminato. Sono queste le parole d’ordine che risuoneranno in Italia, dove in occasione dell’Anno europeo i ministeri del Lavoro e delle Pari opportunità hanno già predisposto un progetto ad hoc. L’obiettivo è quello di sviluppare azioni concrete mirate alla riduzione delle differenze salariali e alle trappole della precarietà per le donne. Per questo, verrà promossa una rete istituzionale, che coinvolgerà anche le parti sociali e il Terzo settore. Il progetto, della durata di 12 mesi, prevede la costituzione di due comitati, scientifico e tecnico: il primo finalizzato a fornire indirizzi e a monitorare gli sviluppi del progetto, il secondo per l'organizzazione e gestione delle attività operative. Attraverso le attività seminariali e di progettazione, sarà possibile diffondere a livello locale e nazionale la cultura della parità di genere, sensibilizzare gli attori istituzionali e sociali in materia di lotta alle discriminazioni e valorizzazione delle diversità, ipotizzare politiche e pratiche realmente coerenti con i destinatari. Verranno, inoltre, diffuse le politiche attive in materia di azioni positive e attivate reti a livello nazionale e territoriale. Il progetto si concluderà con un seminario internazionale per la diffusione dei risultati e con la redazione di un rapporto finale.

DA REGIONE LAZIO PERCORSO FORMATIVO SU PARITA’

E un progetto per l’Anno europeo per le pari opportunità è stato promosso anche dalla regione Lazio, con un’iniziativa di grande respiro culturale destinata a oltre 100 dipendenti regionali. E’ il percorso formativo su ‘Parità e Pari Opportunità’. “Le numerose manifestazioni che stiamo predisponendo - ha detto l’assessore regionale al Lavoro, Pari opportunità e Politiche giovanili della regione Lazio, Alessandra Tibaldi - saranno tutte tese a rendere i cittadini più consapevoli del proprio diritto di godere di un uguale trattamento e di vivere una vita libera da qualsiasi discriminazione”.

Il progetto formativo regionale, curato dalla docente Francesca Brezzi dell’Università Roma Tre, prevede tre moduli nei settori economico, sociologico e giuridico, finalizzati a fornire le conoscenze per una maggiore partecipazione alla vita pubblica, prestando una particolare attenzione alle politiche di genere. Il modulo ‘Donne nell’economia ed economia delle donne’ evidenzierà il mercato del lavoro nel più ampio ambito economico-finanziario in cui le donne sono chiamate a dare un contributo essenziale: dal riconoscimento del valore economico dell’attività non retribuita alla valorizzazione dell’indispensabilità del contributo professionale e umano delle donne, con particolare riferimento alle azioni positive o buone prassi. Nel modulo ‘Genere e indicatori sociali’ si studierà la presenza della categoria di genere in ambito sociologico, cioè nella partecipazione di donne e uomini alla società, con preciso riferimento all’ambito lavorativo, all’istruzione e alla salute. Infine, il modulo ‘Politiche di Pari Opportunità e cittadinanza europea’ esaminerà tale tematica nel diritto comunitario e nelle politiche sociali dell’Unione europea.

FINO A 10MILA EURO GAP RETRIBUZIONI UOMINI-DONNE

Nel nostro Paese, secondo i dati diffusi dal ministero del Lavoro, il gap delle retribuzioni nette annue tra donne e uomini va da 3.800 euro per i dipendenti a tempo indeterminato agli oltre 10mila degli autonomi. Gli uomini hanno, infatti, in media redditi superiori rispetto a quelli delle donne in tutte le forme contrattuali: del 23% nel lavoro dipendente, 40% in quello autonomo e 24% per le collaborazioni. Non solo. Una donna su cinque fa un lavoro che richiede una formazione inferiore a quella di cui è in possesso. La nascita di un figlio, poi, toglie più di una donna su 10 dal mondo professionale. Il 40% che non lavora, infatti, lo fa per prendersi cura dei figli (in particolare nel Nord, nelle classi centrali di età e tra le meno istruite), mentre il 35% è scoraggiata dall'assenza di opportunità lavorative, in particolare fra le più istruite e le residenti al Sud. Le donne rappresentano oltre il 54% dei lavoratori subordinati, con percentuali di periodi di permanenza nel precariato che sono oltre il doppio di quelli per i colleghi maschi.

Il progressivo impoverimento del lavoro femminile è un altro aspetto che interessa centinaia di migliaia di lavoratrici, spesso single e capofamiglia che si trovano a rischio di povertà (sotto i 7.000 euro di reddito) con carichi di lavoro e orari pesanti. E anche tra le pensionate si rileva un dato, confermato in tutte le aree geografiche del Paese e in tutti gli enti previdenziali: il 75% dei trattamenti integrati al minimo, cioè sotto i 500 euro, riguarda donne (2,6 milioni).

CRESCE OCCUPAZIONE FEMMINILE MA ANCORA ALTO DIVARIO CON UOMINI

A lanciare l’allarme è tornata la Commissione europea, che nella 'Relazione sulla parità tra donne e uomini 2006' ha sollecitato gli Stati membri a trovare nuove soluzioni per aiutare le lavoratrici a conciliare la professione con la famiglia e per ridurre i divari retributivi e occupazionali. Del resto, si devono soprattutto alle donne i progressi compiuti in questi anni nell'attuazione della Strategia europea per l'occupazione, grazie al loro crescente ingresso nel mercato del lavoro. Infatti, secondo i dati riportati nella Relazione della Commissione, l'occupazione femminile nell'Europa a 25 ha raggiunto il 55,7% nel 2004, vale a dire lo 0,7% in più rispetto al 2003. Un incremento che ha permesso di ridurre la distanza rispetto al tasso maschile dai 18,1 punti percentuali del 1999 ai 15,2 del 2004. Valore, tuttavia, ancora troppo elevato e che varia molto da paese a paese: il divario, infatti, scende a meno del 10% in Svezia, Finlandia, Danimarca e repubbliche baltiche, mentre supera il 20%, oltre che in Italia, anche in Spagna, Grecia, Malta e Cipro.

Parallelamente, sono diminuite le donne senza lavoro, abbassando il 'gap' rispetto al livello di disoccupazione maschile fino al 2,1% nel 2004 (un punto in meno rispetto al 1999). Il divario si è ridotto in 15 Stati della Ue-25 e, in maggior misura, proprio in quelli che evidenziavano nel 1999 il dato peggiore. Tra questi, l'Italia in testa con Spagna e Grecia, ma anche Cipro, Germania, Polonia, Francia, Repubblica Ceca e Belgio.

PER LAVORATRICI EUROPEE -15% IN BUSTA PAGA RISPETTO A UOMINI

Nonostante i passi avanti compiuti, però, l'occupazione femminile resta ancora concentrata in pochi settori, tradizionalmente 'rosa'. Nella Ue, più del 40% delle donne, infatti, è impiegato nell'istruzione, nella sanità o nella pubblica amministrazione, contro il 20% degli uomini. Raramente, poi, le donne raggiungono i vertici della carriera: rappresentano solo il 32% dei dirigenti, il 10% dei membri di consigli di amministrazione e il 3% degli amministratori delegati di società. Eppure, le donne hanno un livello di istruzione superiore: nel 2004, circa 8 su 10 tra i 20 e i 24 anni hanno completato almeno la scuola secondaria superiore, contro meno di tre quarti degli uomini. Anche all'università le donne sembrano ottenere risultati migliori, rappresentando il 59% dei laureati di primo livello. Le donne, poi, più degli uomini, partecipano ad attività di formazione continua lungo l'arco della vita lavorativa: 11,7% contro 10%.

E, proprio perché confinate in professioni e posizioni poco remunerate, sebbene spesso siano più preparate, le donne europee finiscono per guadagnare il 15% in meno rispetto ai colleghi uomini che svolgono la stessa attività. Una percentuale scesa di appena un punto in cinque anni. Tra il 1999 e il 2004, a registrare un lieve miglioramento nel differenziale retributivo sono stati 17 Stati della Ue, mentre il 'gap' è rimasto invariato in altri tre e in cinque addirittura è peggiorato (Belgio, Slovacchia, Portogallo, Francia e Germania).

PART TIME SCELTO DA OLTRE 32% OCCUPATE IN UE

Un altro segnale del persistere di disuguaglianze di genere sul lavoro è il part time. A optare per il contratto a tempo parziale, infatti, è ben il 32,6% delle lavoratrici europee, contro appena il 7,4% degli uomini. E il dato varia molto da paese a paese: le lavoratrici part time sono meno di un decimo in Slovacchia, Ungheria, Repubblica Ceca, Lituania e Grecia, mentre in Lussemburgo, Belgio, Regno Unito e Germania la percentuale arriva al 40% e addirittura a tre quarti in Olanda. Quella del part time è una scelta che, sebbene rifletta spesso preferenze personali e aiuti a reinserirsi o a restare nel mercato dell'occupazione, testimonia però anche la grande diversità nella gestione dei tempi di vita e di lavoro tra uomini e donne e le difficoltà incontrate da una neo-mamma a tornare al suo posto dopo la maternità.

Per questo, la partecipazione femminile al lavoro e la scelta di un orario ridotto sono strettamente legati al numero e all'età dei figli. Una correlazione raramente riscontrata tra gli uomini. Infatti, la nascita di un figlio, per le donne tra i 20 e i 49 anni, fa crollare il livello di occupazione del 14,3% (è del 75,4% tra chi non ha bambini e del 61,1% tra le madri lavoratrici). Al contrario, per i neo-papà il tasso di occupazione sale di 5,6 punti (dall'85,6% tra gli uomini senza figli al 91,2% tra quelli con prole). Spesso, poi, dopo la nascita di un figlio, la donna decide di lavorare part time. Il tempo parziale, infatti, è scelto dal 23,3% delle madri e solo dal 15,9% delle donne senza figli. Inoltre, il ricorso al part time cresce all'aumentare del numero di figli, cosa che non accade per gli uomini. Si calcola, infatti, che a scegliere l'orario ridotto sia un terzo delle lavoratrici con un figlio e ben la metà di quelle che ne hanno tre o più.

SI ALZA ETA' IN CUI SI FANNO FIGLI

Quella di avere più di un figlio, però, è una scelta sempre più rara tra le lavoratrici, come dimostrano i dati sul calo delle nascite. E quelli sull'età media in cui la donna fa il primo figlio, che ovunque nella Ue è cresciuta, tra il 1999 e il 2003, di almeno lo 0,1%, come in Spagna, ma in altri paesi addirittura dell'1,3% (è il caso della Repubblica Ceca). L'età, infatti, varia dai 24,5 anni delle repubbliche baltiche ai 29 di paesi come la Germania, l'Olanda, la Spagna e il Regno Unito. La difficoltà di raggiungere un buon equilibrio tra vita familiare e professionale, infatti, ha non soltanto pregiudicato la posizione delle donne nel mercato del lavoro, ma ha contribuito anche a ridurre il tasso di fertilità e ad aumentare il rischio di esclusione sociale. E questo, avverte la Commissione europea, influenza negativamente l'economia.

Per questo, la Commissione europea invita gli Stati membri ad aiutare sia le donne sia gli uomini a conciliare professione e famiglia, soprattutto creando condizioni di lavoro innovative e più flessibili, realizzando politiche che favoriscono le pari opportunità e mettendo a disposizione più efficienti strutture e servizi per i bambini. Attualmente, solo cinque paesi della Ue hanno raggiunto l'obiettivo fissato al summit di Barcellona del 2002 di garantire servizi per almeno il 33% dei bambini fino a tre anni, a fronte di una copertura media negli Stati membri intorno al 10%. Mentre otto Paesi, tra cui l'Italia, sono riusciti ad attuare l'altro obiettivo, quello di offrire servizi al 90% dei bambini dai tre anni all'età della scuola dell'obbligo.

NEL 2007 RETE DONNE EUROPEE E ISTITUTO PER EGUAGLIANZA GENERE

E la vera consacrazione delle politiche europee per l'eguaglianza tra uomo e donna è arrivata con il 2007. Nell'Anno europeo per le pari opportunità, infatti, le donne che occupano posizioni decisionali in campo politico ed economico si uniranno per creare una rete europea. Sorgerà, poi, il nuovo Istituto europeo per l'eguaglianza di genere, per il quale è previsto uno stanziamento di 52,5 milioni di euro fino al 2013. Sarà un centro di eccellenza per i temi dell'eguaglianza di genere, che offrirà consulenza e svilupperà le conoscenze in materia. Tra i suoi compiti, quello di stimolare la consapevolezza delle politiche di genere tra i cittadini europei, raccogliere dati e analisi comparativi a livello comunitario e sviluppare nuove metodologie di studio.

Parte delle azioni indicate nella 'roadmap', inoltre, saranno realizzate attraverso il programma 'Progress', grazie a uno stanziamento di 650 milioni di euro, mentre altri finanziamenti arriveranno dai fondi strutturali europei e da altri progetti. Saranno passate in rassegna le legislazioni nazionali in materia di eguaglianza di genere, per verificarne l'aggiornamento e l'esistenza di norme che assicurino le pari opportunità in tutti gli Stati membri. Nuovo impulso sarà dato, infine, agli organismi nazionali che si occupano di pari opportunità, lottando contro le discriminazioni sessuali, che formeranno una vera e propria rete.


16/01/2007
 
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