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Stefanenko, quando il lavoro non ha il passaporto italiano
“Sono arrivata in Italia nel 1993, e l’impatto con la burocrazia italiana e’ stato pesante. Ogni tre mesi dovevo rinnovare il visto e per molti mesi non ho potuto lavorare “. Natasha Stefanenko, modella, presentatrice e attrice, bielorussa di nascita e ora cittadina italiana (è sposata con un imprenditore marchigiano) parla con Labitalia dei suoi esordi professionali e delle difficolta’ che, in quanto cittadina extracomunitaria, ha dovuto fronteggiare nel nostro Paese.
Signora Stefanenko, lei ha lavorato nel settore spettacolo in molti altri Paesi. Quale differenza ha trovato con l’Italia?
In Italia c’è una norma molto severa per lavorare nel mondo dello spettacolo, se non sei cittadino italiano. Ma altrove è anche peggio. E del resto io lo capisco: è una forma di tutela e di protezione del lavoro. In America ho aspettato 8 mesi prima di poter avere il visto per lavorare, nonostante avessi esibito tutta la documentazione, compresi i ritagli di giornali, che certificava che io ero una modella. In Inghilterra non mi hanno mai dato il permesso e solo dopo che ho avuto la cittadinanza italiana sono potuta andare a Londra per lavorare. E’ stato duro per me perché ero agli inizi della carriera e perdere dei lavori significava non avere soldi per andare avanti. In Italia, tuttosommato, ho aspettato di meno.
Come ha vissuto tutti i passaggi obbligati per poter venire a lavorare in Italia?
Male, ma al tempo stesso ho sempre capito le restrizioni imposte dai governi. L’Italia è un piccolo Paese, se confrontato ad esempio con tutta la Russia. Non è pensabile che possa accogliere tutti quelli che vogliono venire qui! Ero orgogliosa di essere russa, ma odiavo il mio passaporto con così tanti ‘blocchi’. Gli italiani non sanno che fortuna hanno ad avere un passaporto che permette loro di andare e lavorare ovunque nel mondo”.
Le cose sono cambiate quando lei ha avuto la cittadinanza italiana.
E’ diventato tutto molto più semplice, anche se sono passati quasi tre anni per avere il passaporto italiano. E’ stato il tempo necessario per tutte le verifiche, comprese le visite a casa dei poliziotti che ti guardano nell’armadio per vedere se effettivamente ci sono i tuoi vestiti. Ma, ripeto, in America è anche peggio.
Per la sua esperienza, il problema dei visti genera, nel mondo dello spettacolo, lavoro nero o irregolare?
Rispondo soprattutto per quello che riguarda cinema e televisione e posso dire assolutamente no. Sia nel cinema che in tv non lavori se non sei assolutamente in regola. E io stessa ho perso molti lavori perche’ magari non mi era arrivato il rinnovo. Gianna Tani (responsabile casting di Mediaset ndr), che è la mia ‘mamma’ professionale ed è donna molto in gamba e competente, mi trovava tanti bei lavori ma poi me li bloccava se tutto non era in regola. Forse nella moda, tra le modelle, ce ne può essere qualcuna che lavor ‘in nero’. Ma nello spettacolo: tutto viene fatto come si deve.
Che cosa è cambiato dal 1993, anno in cui lei arrivò in Italia?
Vedo che ancora oggi i giovani e le giovani straniere che vengono qui per lavorare, lottano tanto. Per di più il mondo dello spettacolo è comunque nel mirino, perché – come si sa – sotto al dicitura ‘artiste’ o ‘ballerine’ si fa tratta di prostitute. Ma l’Italia è un Paese sensibile e intelligente e se si ha un lavoro, si stabilisce subito un contatto umano con i colleghi. Una cosa che non succede assolutamente in Francia e Germania. Ricordo ancora che il mio primo programma fu ‘La grande sfida’ con Gerry Scotti. Io non sapevo una parola di italiano, apparivo e basta, insomma facevo ‘la bellona’. Gerry avrebbe potuto ignorarmi o addirittura prendermi in giro: tanto non capivo niente. Invece fin dal primo giorno mi ha sempre aiutato, mi dava dei consigli, mi insegnava a rispondere in italiano alle prime domande. Da lì ho capito e ho cominciato a studiare la vostra lingua come una matta. Molti anni dopo gli ho detto:”Gerry con me sei stato meraviglioso”. E lui mi ha risposto :”E’ normale”. E, invece, vi assicuro, non è proprio così.
29/01/2007
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