|
8 marzo: a Trieste mercato lavoro più virtuoso per donne
E’ quello di Trieste, tra tutte le province italiane, il mercato del lavoro più ‘virtuoso’ per le donne. Quello che presenta i maggiori tassi di inserimento lavorativo, ma anche di erogazione di ammortizzatori sociali. Fanalino di coda, invece, è Foggia, la provincia più ‘discriminatoria’, con un mercato del lavoro che esclude invece di includere, dove l’inattività delle donne è più pronunciata, le imprese sono meno ricettive nei confronti della manodopera femminile e anche il sistema previdenziale è meno propenso a tutelare questa componente. E’ quanto emerge dalla classifica degli ‘indici di pari opportunità, costruiti e misurati da Italia Lavoro, agenzia tecnica governativa per le politiche attive dell’occupazione. L’indice analizza le realtà provinciali attraverso l’incrocio di diverse variabili (tasso di attività, di occupazione, di inattività, livelli retributivi, inquadramento, tipo di contratto, ammortizzatori sociali, presenza di manodopera femminile nelle imprese) e individuando 5 gruppi di mercati del lavoro: ‘discriminatori’, ‘dispari’, ‘in via di sviluppo’, ‘paritari’, ‘virtuosi’. Ne esce un panorama a macchia di leopardo, che complessivamente conferma la situazione di un paese diviso in due da Nord a Sud.
CINQUE GRUPPI DIVDONO PAESE DA NORD A SUD
Facendo 100 il punteggio assegnato alla provincia con i differenziali di genere più alti, Trieste ottiene quindi il massimo dei voti. Ed è seguita, nel gruppo delle province ‘virtuose’, da Ravenna, Siena, Ferrara, Bologna e La Spezia. Mentre agli ultimi posti della classifica precedono Foggia (che riceve il punteggio minimo, ovvero zero), come province ‘discriminatorie’, Caltanissetta, Siracusa, Agrigento, Trapani e Ragusa. Quanto ai gruppi intermedi, si classificano come province ‘dispari’, che presentano gap di genere ancora molto significativi: Bari, Caserta, Catania, Crotone, Enna, Isernia, Napoli, Oristano, Palermo, Potenza, Sassari e Taranto. Sono poi ‘in via di sviluppo’, mostrando una condizione delle donne meno critica pur mantenendo uno scarto abbastanza consistente fra i generi, con indicatori in linea con la media nazionale, 19 province: Avellino, Bergamo, Brindisi, Cagliari, Campobasso, Catanzaro, Chieti, Cosenza, Frosinone, Imperia, Latina, Lecce, Matera, Nuoro, Pistoia, Reggio Calabria, Salerno, Vibo Valentia, Viterbo. Il gruppo delle ‘paritarie’, infine, è composto da territori del Centro-Nord (ma non mancano le eccezioni), in cui lo scarto tra uomini e donne si riduce in modo consistente: Alessandria, Ancona, Aosta, Ascoli Piceno, Asti, Benevento, Biella, Bolzano, Brescia, Como, Cremona, Cuneo, Genova, Grosseto, L’Aquila, Lecco, Livorno, Lodi, Lucca, Macerata, Mantova, Massa, Messina, Milano, Novara, Padova, Parma, Pavia, Perugia, Pesaro, Pescara, Piacenza, Pisa, Pordenone, Prato, Reggio Emilia, Rieti, Rimini, Roma, Rovigo, Savona, Sondrio, Teramo, Terni, Torino, Trento, Treviso, Udine, Varese, Venezia, Verbania, Vercelli, Verona, Vicenza.
SU INATTIVITA’ PESA EFFETTO ‘SCORAGGIAMENTO’
In tutte le zone di Italia, tra le donne che non partecipano al mercato del lavoro, è forte il rischio di inattività. In altre parole, è alto il numero di donne non solo disoccupate, ma che hanno rinunciato per vari motivi a cercare lavoro. Tra le ragioni di questo fenomeno, spiega Italia Lavoro, ha un’incidenza molto forte, specie tra le donne del Sud di età compresa fra i 35 e i 54 anni (cioè la componente che dovrebbe essere maggiormente ‘socializzata’ al lavoro), lo ‘scoraggiamento’: non si cerca lavoro perché si presume che non lo si troverà. Un fenomeno grave, se si pensa che il tasso di occupazione è più alto dove è più elevato il livello di occupazione femminile.
Una componente, quella femminile, che, peraltro, è più istruita (l’11,2% delle donne si laurea, contro il 10,1% degli uomini) e che, tuttavia, solo in minima parte accede a posizioni di tipo dirigenziale (le donne dirigenti sono solo il 25% del totale) e rappresenta la quasi totalità dei lavoratori che fanno ricorso al part-time, soprattutto per esigenze di tipo familiare, confermando che in Italia il lavoro di cura è ancora tutto femminile.
08/03/2007
|
|