Bertolino, sono un ‘doppiolavorista’

Enrico Bertolino, classe 1960, volto noto della tv e del teatro, è per sua stessa definizione “un doppiolavorista”, in quanto, al mestiere di comico e attore, accompagna il suo “vero lavoro”, come racconta in un’intervista a LABITALIA, ossia “quello di formatore di manager e di quadri del personale”. Ma come ha iniziato, allora, Bertolino, a fare il comico? “Veramente -risponde- ho cominciato per caso: il mio lavoro era ed è quello della formazione del personale, dei manager soprattutto di banca. Era inevitabile fare della satira: la cosa è stata contestuale. Il teatro, invece, è stata una mia scelta: un hobby che è diventato un lavoro, e questo è molto bello. Per questo, mi reputo un lavoratore dello spettacolo anomalo: non ho avuto la tipica formazione né fatto la classica gavetta. Insomma, ho coniugato la mia attività con il cabaret”. Sulla formazione, Bertolino scrive libri e cura anche una rubrica su ‘Il Sole 24 Ore’. In questi giorni è in libreria la sua ultima opera, ‘Quarantenne sarà lei’, che descrive “una razza a sé”, quella dei quarantenni, appunto, “coi propri disturbi tipici (dalla sindrome dell’Olio Cuore all’ansia da standing ovation) e i propri vizi capitali (costipanza, liftanza, sermonità)”.

L’IMPEGNO PER LA ONLUS NEL BRASILE

Insomma, Bertolino è iperattivo. “È perchè sono preoccupato per il futuro -spiega- che faccio il doppiolavorista! Se vivessi in Brasile, Paese straordinario di appena 500 anni e che sta emergendo e dove ho sviluppato una Onlus (Vida a Pititinga Onlus ndr), non sarei preoccupato. Ma qui, da noi, se uno non si preoccupa del futuro è un incosciente”. Inoltre, aggiunge l’attore, “per i giovani, in generale, è difficile accedere al mondo del lavoro: grazie a Dio, ci sono palestre come quella di ‘Zelig’ che offrono qualche possibilità, ma per il resto c’è poco”. “E, comunque, farei dei distinguo tra ‘spettacolo’ e ‘avanspettacolo’. Una volta l’avanspettacolo era una grande scuola, poi uno usciva da li’ ed entrava nello ‘spettacolo’ (è stato il caso di grandi come Walter Chiari o Renato Rascel). Oggi il confine è molto sottile e anzi, direi, c’è molto retrospettacolo. Ci sono molte persone che stanno in tv e non sanno far niente. I distinguo dovrebbero essere fatti dal pubblico, ma anche il pubblico oggi è un dato ‘annacquato’ dall’Auditel”.

LA COSA MIGLIORE? IL TEATRO

Allora, non c’è salvezza? “No - risponde Bertolino - esiste il teatro che è sempre la cosa migliore: li’ non c’è l’Auditel a dirci quante persone ci vedono, ma c’è la gente seduta in platea. Ma, ovunque, per i giovani il problema è l’ingresso o meglio l’uscita di quelli che già ci sono e non si muovono. Non c’è spazio da noi per i ‘nuovi”’. Le scuole di recitazione o le accademie “hanno comunque un senso -spiega- anche se capisco che chi le frequenta magari si scoraggia. Io rimpiango di non averle fatte”. E, parlando della situazione contrattuale, dice: “In teatro c’è molto sottoimpiego o sottooccupazione, soprattutto nelle categorie dei tecnici (fonici, tecnici delle luci). In teatro, quando si va in tourneè, spesso c’è una totale mancanza di rispetto di alcune figure. Per questo, sono arrivato, qualche volta, a produrre i miei spettacoli: per rispettare tutto il personale”.


23/03/2007
 
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