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Immigrati, in 5 anni oltre7mila rimpatri assistiti
Sono stati 7.223 gli immigrati che, tra il 1991 e i primi mesi del 2006, hanno beneficiato dei ‘rimpatri assistiti’, tornando nel paese di origine volontariamente attraverso un programma di assistenza. Una realtà poco conosciuta che interessa i richiedenti asilo, gli stranieri accolti per motivi umanitari, le persone recuperate dallo sfruttamento per fini sessuali, ma non gli immigrati illegali. A raccogliere per la prima volta i dati sulle ‘migrazioni di ritorno’ è un volume redatto dal ‘Punto nazionale di contatto’ del progetto ‘European migration network’, in collaborazione con il Dossier Statistico Immigrazione Caritas/Migrantes, l’Oim e l’Anci e con il supporto del ministero dell’Interno, presentato a Roma, che rappresenta il contributo italiano al terzo studio pilota europeo.
Una procedura, quella del ritorno volontario assistito, prevista formalmente per la prima volta in Italia dalla legge 286/98 (Turco-Napolitano) in riferimento alle vittime di tratta e, poi, estesa dalla legge 189/2002 (Bossi-Fini) ad altre categorie. E che, secondo le stime del volume, costa tra i 2.000 e i 5.000 euro a beneficiario, a seconda degli obiettivi del progetto, del paese di ritorno e delle caratteristiche dell’interessato (nel caso delle vittime della tratta i costi possono essere maggiori, essendo il percorso di reinserimento più complesso). Vale a dire un quarto dei costi sostenuti per il rimpatrio forzato.
MAGGIOR PARTE COLLEGATA A EMERGENZE UMANITARIE E ASILO
La parte maggiore dei rimpatri assistiti è strettamente collegata alle emergenze umanitarie e ai flussi di richiedenti asilo. Infatti, nel corso degli anni ’90 fino al luglio 2001, i ritorni volontari assistiti per emergenze umanitarie sono stati complessivamente 5.252. E, dal 30 giugno 2001 alla fine del 2005, il numero totale di beneficiari è stato pari a 780. Dei 7.223 destinatari del rimpatrio assistito, tra il 1991 e il 2006, tre quarti (72,7%) hanno beneficiato di programmi speciali di ritorno, legati alle emergenze umanitarie prima nei Balcani (inizio anni ’90) e poi in Kosovo (inizio del 2000). Dal 2001, anno di istituzione del Piano nazionale asilo, al settembre 2006 si sono aggiunti altri 797 casi riguardanti richiedenti asilo, rifugiati, titolari di protezione temporanea, pari a circa l’11% del totale.
Il restante 16,3% dei casi ha riguardato 458 vittime di tratta (6,3%), la cui assistenza al ritorno volontario ha inizio nel 1999, 571 lavoratori in difficoltà, assistiti dal 1992 a oggi grazie al Fondo per il rimpatrio gestito dall’Inps (10,0%), e altri casi umanitari. Per quanto riguarda le provenienze geografiche, nella maggioranza dei casi si tratta di cittadini albanesi (41,5%), beneficiari per lo più dei programmi di ritorno connessi all’emergenza sbarchi del 1991 e del 1997 e promossi dal ministero dell’Interno. Seguono nella graduatoria altri 4 paesi balcanici: Kosovo (15,2%), Romania (7,8%), Serbia Montenegro (6,7%) e Bosnia Erzegovina (5,5%).
ASSISTENZA IN PROCESSO REINTEGRAZIONE
I programmi d’assistenza sono gestiti sul piano operativo dall’Oim e in alcuni casi anche da organizzazioni non governative e da enti locali. Il ritorno volontario assistito non si limita esclusivamente al viaggio verso il paese d’origine, ma include tre fasi distinte: le attività propedeutiche alla partenza (informazioni, preparativi, colloqui con la persona che fa richiesta di assistenza al ritorno, iter organizzativo e logistico), il viaggio di ritorno, l’accoglienza all’arrivo e, infine, vari programmi di reinserimento nel luogo di destinazione finale. Nel paese di origine ha inizio il processo di reintegrazione, anche attraverso l’erogazione di apposite borse, l’avvio di progetti di micro-imprenditoria (o, in alternativa, di percorsi di formazione o riqualificazione professionale), l’assistenza all’acquisto di beni di prima necessità o di attrezzature professionali. La fase finale prevede infine il monitoraggio sull’effettiva reintegrazione.
“L’assistenza - sottolinea il testo - può essere uno strumento da estendere ad altre categorie di immigrati, evitando così che i flussi irregolari continuino ad essere una voce estremamente dispendiosa per lo Stato e una posta fallimentare per gli interessati”. Infatti, “occorre rendersi tutti conto che mandare via gli irregolari sempre in maniera coattiva, con accompagnamento della forza pubblica, comporta pesanti effetti negativi”. “Innanzitutto - spiega - servono più soldi di quanti se ne ha a disposizione, facendo così diminuire quelli previsti per le politiche di integrazione, che invece hanno un impatto più duraturo. Inoltre, queste forme coattive rischiano di essere controproducenti, qualora non vengano limitate a ben precise ipotesi”.
10/05/2007
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