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Isfol, 2004-2005 anno record per formazione professionale
E’ un anno record, il 2004-2005, per la formazione professionale. Un anno che ha fatto il pieno di allievi: più di 920 mila partecipanti alle varie attività realizzate dalle regioni. Di questi, oltre il 73% si concentra al Nord. La formazione iniziale, quella rivolta ai giovani per ottenere la qualifica di 1° e 2° livello, le attività di raccordo scuola-lavoro e i percorsi di Istruzione e formazione tecnica superiore (Ifts) rappresentano circa il 40% del totale delle attività regionali. Sono i dati che emergono dal Rapporto Isfol 2006. Per quanto riguarda gli impegni di spesa, assunti dalle regioni per finanziare le attività di formazione professionale, nel 2004 l’ammontare complessivo è stato di oltre 3.000 milioni di euro.
A crescere, in particolare, è l’offerta dei percorsi sperimentali triennali rivolta ai giovani 14-17enni per ottenere una prima qualifica, che passa dai 1.460 percorsi del 2004 ai 4.032 del 2005, con un forte aumento della partecipazione degli allievi che risulta quasi triplicata (72.034 i giovani coinvolti). Mentre le attività destinate agli adulti occupati rappresentano circa il 44,5% del totale e la formazione per i disoccupati coinvolge il 15% degli allievi. Quanto, poi, ai fondi paritetici interprofessionali per la formazione continua, creati dalle parti sociali, ad oggi vi hanno aderito circa 430.000 imprese per un totale di 6 milioni di lavoratori.
FONDI INTERPROFESSIONALI RACCOLTO META’ BACINO UTENZA
In quasi quattro anni, i Fondi paritetici interprofessionali hanno raccolto metà del loro bacino di utenza potenziale (i dipendenti del settore privato sono circa 11 milioni e mezzo). E, nei loro primi due anni di concreta operatività, sono stati già approvati 2.300 piani formativi, che coinvolgono circa 19.000 imprese e 350.000 lavoratori. I Fondi hanno raccolto le loro adesioni soprattutto nelle regioni del Nord e del Centro, molte meno al Sud, e le hanno raccolte nella stragrande maggioranza dei casi nelle grandi e medie aziende. Alle piccole e piccolissime imprese, tradizionalmente più lontane dai temi e dalle pratiche della formazione continua, dunque, osserva l’Isfol, si dovrà dedicare maggiore attenzione.
Ma le imprese italiane, avverte l’Isfol, in generale investono ancora troppo poco in formazione. Anche se il problema coinvolge principalmente le aziende più piccole: solamente il 15,6% di esse investe in formazione, contro l’oltre 70% delle grandi. Una situazione rimasta invariata negli ultimi cinque anni. La spesa globale in formazione continua ha raggiunto nel 2005 i 1.500 milioni di euro, ma le grandi imprese, da sole, investono oltre la metà delle risorse (857 milioni di euro).
SOLO UN LAVORATORE SU TRE PARTECIPA A FORMAZIONE CONTINUA
Solo un lavoratore su tre (32,7%) in Italia partecipa, ogni anno, ad attività di formazione continua. E le opportunità formative si distribuiscono in modo disomogeneo fra le diverse tipologie di lavoratori: 53,1% tra i dipendenti pubblici, 26,7% tra quelli di imprese private e 27,6% tra gli autonomi. Se si considera il livello di scolarità, emerge che le maggiori opportunità formative vengono offerte ai laureati: 60,6% contro il 12,5% dei lavoratori con licenza elementare. Inoltre, nelle aziende private sono gli uomini (29%) ad avere una maggiore probabilità di accesso alla formazione, rispetto alle donne (24%). Stesso discorso vale per i lavoratori autonomi (29% uomini e 24% donne), mentre nella pubblica amministrazione la partecipazione è maggiore fra le donne di ben 7 punti percentuali.
Nelle aziende private, poi, sono minori le opportunità formative previste per operai e impiegati (24,9%) rispetto a dirigenti e quadri (54,7%). Anche gli ‘over 45’ appaiono svantaggiati, soprattutto se inquadrati a un livello basso: meno del 20% degli impiegati e degli operai con più di 45 anni ha partecipato ad attività formative, mentre tra i dirigenti e i quadri si raggiunge la quota del 60%. Le imprese, dunque, sottolinea l’Isfol, “preferiscono investire sui livelli professionali elevati anche quando l’età del lavoratore è avanzata, mentre non sembra essere adeguatamente valorizzata l’esperienza dei meno qualificati, che corrono maggiori rischi di obsolescenza professionale”.
23/08/2007
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