Isfol, donne ancora al passo - occupato solo il 46,3%

Segna ancora il passo la partecipazione femminile al mercato del lavoro. Secondo i dati del Rapporto Isfol 2007, presentato a Roma, infatti, il tasso di occupazione femminile nel nostro Paese si attesta nel 2006 al 46,3% contro il 70,7% maschile: un livello ancora molto distante dall'obiettivo fissato a Lisbona (raggiungimento del 60% di occupate entro il 2010). Non solo. La scarsa partecipazione delle donne alla vita lavorativa italiana ha già ampiamente disatteso anche l'obiettivo di medio termine, che proponeva di raggiungere il 57% di occupate per il 2005. Non va meglio con la qualità dei lavori che le donne trovano: una donna su 4 è precaria e nel 2006 solo il 36,7% delle nuove occupate è stato assunto con un contratto di lavoro a tempo indeterminato (contro il 41,4% del 2005), mentre aumentano gli accessi al lavoro mediante contratti a termine, ottenuti dal 36,2% delle neo-lavoratrici nel 2006 contro il 33% di un anno prima. Aumentano anche le collaboratrici coordinate e continuative (il 6,4% delle neo-assunte nel 2006 a fronte del 5,9% del 2005) e le collaboratrici occasionali (il 3,3% del 2006 contro il 2,7% del 2005). Permangono, inoltre, forti squilibri territoriali, con tassi di disoccupazione femminile nel Sud tripli rispetto a quelli del Nord e un tasso di attività(che comprende oltre agli occupati anche chi cerca attivamente lavoro) in calo nelle regioni del Sud, segno, dice l'Isfol, del perdurante fenomeno dello 'scoraggiamento'.

MATERNITÀ ANCORA FONTE DI PRATICHE DISCRIMINATORIE

La maternità continua a essere ancora un forte ostacolo al naturale proseguimento della carriera lavorativa: nel 2006, ben una donna su nove è uscita dal mercato del lavoro dopo aver fatto un figlio. Per la gran parte dei casi, due terzi circa, questo è dovuto a 'esigenze di cura e assistenza della prole’; il restante terzo lo imputa a motivi di 'tenuta contrattuale’. In pratica, a queste donne, non è stato rinnovato un contratto dopo la maternità. Indice che, come riassume l'Isfol, “la maternità continua a essere uno dei fattori più difficili da gestire per le organizzazioni, oltre che una fonte di pratiche discriminatorie”. Un altro degli ostacoli di cui è disseminato il percorso lavorativo di una donna è la disparità di trattamento salariale. Il divario retributivo tra uomo e donna, infatti, arriva secondo l'Isfol, a parità di contratto e inquadramento, al 15,8%. Si tratta di una quota consistente di cui è privata la retribuzione femminile (se pur in diminuzione rispetto al 1998, quando il gap salariale di genere era del 18,5%), che può essere spiegata non solo con la minore corresponsione a parità di ruoli, ma anche con la “discriminazione all'accesso a posizioni lavorative meglio retribuite”. Tra le cause delle maggiori difficoltà di carriera per le donne, anche la diversa durata degli orari di lavoro, in media minori di otto ore alla settimana di quelli degli uomini. Ma quelli delle donne, conclude l'Isfol, sono anche, paradossalmente, gli orari meno flessibili: le lavoratrici che indicano vincoli rigidi in entrata al lavoro sono il 10% in più degli uomini.

NEL 2006 TASSO DIPLOMATI AUMENTA AL 75,5%

Nel 2006 aumenta il tasso di diplomati (75,5% della popolazione giovanile), ma l'Italia rimane sotto al benchmark europeo (85%), ovvero il traguardo da raggiungere entro il 2010. Inoltre, il 20% della popolazione giovanile non riesce ad andare oltre il titolo di licenza media, contro il limite massimo del 10% indicato dagli obiettivi comunitari; infine, solo il 51% della popolazione italiana possiede un titolo di studio post-obbligo, contro il 70% della media europea. Tra i nodi irrisolti del nostro sistema formativo, dice l'Isfol, c'è quello della dispersione scolastica. Sono, infatti,150 mila gli adolescenti formalmente soggetti ad obbligo (diritto-dovere), ma in realtà fuori da ogni canale formativo: circa 113 mila ragazzi tra i 14 e i 17 anni sono esclusi dai canali formativi formali e a questi si aggiungono gli oltre 40 mila minorenni che, nonostante siano stati assunti con contratto di apprendistato, di fatto non svolgono le attività di formazione previste dalla legge. Aumenta il numero dei laureati, a dimostrazione del recupero di efficienza prodotto dall'introduzione del modello della laurea cosiddetto '3+2'. Nel 2006 hanno conseguito un titolo di studio universitario oltre 300.000 persone, ovvero 100.000 in più di quante se ne erano laureate appena 4 anni prima. A distinguersi nel campo dell'istruzione sono soprattutto le ragazze: circa il 77% delle giovani studentesse arriva a prendere un diploma di scuola media superiore, contro il 66% circa dei maschi. Tra le matricole universitarie le donne sono il 65,1% e anche nel conseguimento della laurea di I livello le donne sono il 57,3%.

DI QUI AL 2009 BOOM PER PROFESSIONI AD ALTA QUALIFICA

Nei prossimi due anni, il mercato del lavoro italiano sarà caratterizzato da un vero e proprio boom di richieste di professionisti. In particolare, si prevedono consistenti incrementi occupazionali per chi esercita professioni intellettuali, scientifiche e di elevata specializzazione, come ricercatori, docenti, specialisti della formazione o delle scienze sociali (+4%), per le professioni qualificate nelle attività commerciali e nei servizi (+4%), ma anche per le professioni non qualificate, ossia addetti ai servizi alle persone o attività gestionali (+4,5%). Le professioni che invece sembrano subire una flessione sono quelle intermedie degli artigiani, degli operai specializzati e degli agricoltori (-2%). Emerge dal Rapporto 2007 dell'Isfol, presentato questa mattina a Roma. Secondo un'indagine dell'Isfol relativa al periodo 2005-2009, infatti, si prevede un incremento dello stock occupazionale di quasi tutti i grandi gruppi professionali, con l'eccezione di alcune professioni con qualifica medio-bassa (artigiani, operai semiqualificati, e agricoltori), per i quali si prevede una riduzione. Per converso, le professioni ad alta qualifica (quelle che richiedono elevati di titoli di studio e capacità organizzative) dovrebbero crescere più della media. L'Isfol spiega che l'andamento del mercato delle professioni è fortemente influenzato dalle complesse dinamiche che governano l'economia. Molte delle professioni destinate a crescere nel prossimo biennio in maniera sostenuta sono maggiormente concentrate in settori a forte crescita. È il caso delle professioni intellettuali e scientifiche o delle professioni commerciali, il cui trend positivo è allineato con la crescita del settore dei servizi (in particolare servizi finanziari, sanità e servizi alla persona). All'opposto, il declino delle professioni intermedie degli artigiani e degli operai specializzati è spiegabile dal fatto che queste ultime si trovano a operare principalmente nel settore manifatturiero, che mostra una progressiva contrazione. Tuttavia, sottolinea l'Isfol, la gran parte (oltre il 90%) dell'offerta di posti di lavoro per i professionisti, nei prossimi due anni, verrà dalla 'sostituzione’ di addetti in posti di lavoro già esistenti. Solo in alcuni casi significativi, la domanda sarà invece per buona parte 'aggiuntiva’, ossia relativa a nuovi posti di lavoro. E riguarderà soprattutto matematici, fisici, ingegneri, specialisti nelle scienze della vita, scienze umane e sociali, specialisti della salute e anche professionisti nei settori amministrativo, finanziario e commerciale. Ancora: professionisti qualificati nelle attività turistiche e alberghiere, nei servizi sociali, culturali e di sicurezza, ma anche non qualificati dei servizi alle persone.

30% LAVORATORI RITIENE A RISCHIO LA PROPRIA SALUTE

Quasi il 30% dei lavoratori italiani ritiene a rischio la propria salute. Un lavoratore su tre, dunque, pensa che le sue condizioni di lavoro non siano sicure. Emerge da un'indagine effettuata dall'Isfol sulla percezione di rischio per la salute, inserita nella 29ma edizione del Rapporto Isfol. La percentuale di chi non si sente 'al sicuro' sale al 36% tra chi lavora più di 45 ore settimanali, al 40% tra gli operai e supera il 48% tra chi svolge almeno un turno notturno al mese. L'Isfol aveva già effettuato una simile indagine nel 2002 e in 4 anni i ricercatori hanno riscontrato un aumento dell'indicatore di oltre 9 punti percentuali. Nel 2002, infatti, riteneva la propria salute il 20% dei lavoratori contro il 29,1% del 2006. Il rischio è maggiormente percepito dai lavoratori 'con esperienza’. Infatti, si ritiene 'a rischio' quasi il 32% di chi lavora da più di 20 anni, mentre l'indice scende a meno del 20% tra chi lavora da non più di 5 anni. E la percezione del pericolo sul luogo di lavoro non è propria di chi fa lavori pesanti. Emergono, ad esempio, nuovi fattori di disagio percepiti anche nell'ambito dei settori dei servizi. Per il 65% dei lavoratori, il disagio deriva dall'impegno mentale che le mansioni implicano e per il 62% dal coinvolgimento psicologico-emotivo. Il disagio psicologico sembra spesso causato dal tipo di organizzazione del lavoro nei comparti esposti alle sollecitazioni degli utenti e dei clienti (call-center, luoghi di cura, grande distribuzione). Con circa venti punti di distacco segue la percezione della gravosità in termini di sforzo e disagio (42%).

Sono tuttavia questi ultimi, più degli altri, che temono conseguenze gravi per la loro salute. Quasi il 17% degli occupati ha subito un infortunio nel corso della sua vita lavorativa, la cui gravosità pare nettamente correlata sia con la gravosità del lavoro, in termini di sforzo e disagio fisico, sia con la durata dell'orario di lavoro. L'8,4% degli occupati ritiene di aver contratto malattie a causa del lavoro, anche se sono relativamente pochi i casi di malattie croniche o invalidanti. Nel 2007 sono state varate, con la legge Finanziaria, diverse misure finalizzate a contrastare gli incidenti sul lavoro tra le quali è stata anticipata la comunicazione delle assunzioni agli uffici competenti e sono state quintuplicate le sanzioni amministrative.


21/11/2007
 
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