Isfol, oltre 1 milione e 350 mila le donne ‘irregolari’

Su un totale di oltre 2 milioni e 850mila lavoratori irregolari presenti nel nostro Paese, oltre 1 milione e 352mila (47,4%) sono donne. In pratica, 1 lavoratore su 2, fra quelli ‘sommersi’, è donna. Emerge da uno studio presentato a Roma dall’Isfol, su ‘Le donne nel lavoro sommerso’. In valori assoluti, la quota più consistente di donne che lavorano in condizioni irregolari o illegali si trova al Nord (oltre 685mila). Al Centro le irregolari sono circa 287mila, al Sud 380mila. Ciò significa che al Nord, sul totale dei circa 1 milione e 100mila lavoratori irregolari presenti nell’area, più di 6 su 10 sono donne. Per quanto riguarda i settori di attività, l’occupazione irregolare femminile si concentra nel settore dei servizi, dove sono attive circa 1 milione e 150mila donne senza contratto o con un contratto disapplicato. Le donne rappresentano il 57% dell’occupazione irregolare del settore dei servizi. Molto inferiore la quota di donne ‘sommerse’ nell’industria (85mila) e nell’agricoltura (120mila).

L’Isfol ha anche presentato una ricerca dal titolo ‘Dimensione di genere e lavoro sommerso. Indagine sulla partecipazione femminile al lavoro nero e irregolare’, curata dall’area Sistemi locali e integrazione delle politiche. L’indagine ha coinvolto quasi mille donne, italiane e straniere che lavorano in 3 città (Torino, Roma, Bari) con un contratto di lavoro irregolare o in nero. L’indagine ha messo l’accento su alcune caratteristiche dell’occupazione irregolare femminile. La tipologia più diffusa di irregolarità è l’assenza di contratto scritto, che interessa quasi due terzi delle lavoratrici (64%), seguita da parziale o totale disapplicazione delle norme contrattuali (28%). Altro dato significativo è quello relativo al titolo di studio. Il 36% delle intervistate afferma di possedere un diploma di scuola media superiore, il 13% un titolo universitario, l’8% la qualifica professionale, il 31% la licenza media e il 6% quella elementare. Un dato che, secondo l’Isfol, evidenzia come “il titolo di studio non costituisca uno strumento di salvaguardia rispetto all’accettazione di un lavoro nero”. Un dato in comune fra lavoro regolare e lavoro sommerso sembra essere quello dell’accesso. L’Isfol, infatti, sottolinea come anche i lavoratori irregolari trovino un’occupazione attraverso il passaparola e le conoscenze. Il 65% di chi lavora senza contratto ha avuto accesso al lavoro grazie alla rete informale di relazioni personali e amicali, mentre solo il 10% ha avuto una proposta diretta e solo il 4% si è trovato ‘sommerso’ dopo aver risposto a un annuncio per un lavoro regolare.

Le lavoratrici in nero tendono a considerare la loro condizione “difficilmente mutabile”. Infatti, il 42% degli intervistati ha dichiarato che continuerà a rimanere nell’irregolarità finché non troverà un impiego regolare, mentre il 31% lo farà finché non troverà un lavoro regolare e a condizioni più vantaggiose. Tra coloro che dichiarano di non essere in cerca di altra occupazione, è significativo che il 17% si ritiene soddisfatto dell'attuale occupazione e questo soprattutto per il bisogno di una certa continuità del reddito che, paradossalmente, il lavoro irregolare comunque assicura. Inoltre, la permanenza nell’irregolarità, dice l’Isfol, diminuisce la fiducia nelle proprie capacità. Sulla durata del lavoro irregolare, il 67% delle intervistate dichiara di svolgere un lavoro sommerso da più di un anno. Una conferma, secondo gli autori dell’indagine, che il lavoro irregolare non ha una natura occasionale né, tantomeno, di breve durata. Per le donne siamo, cioè, di fronte a un lavoro irregolare con caratteri di stabilità, di sicurezza e di continuità nel tempo maggiori rispetto al lavoro regolare e più per le straniere che non per le italiane. Le lavoratrici straniere, infatti, svolgono prevalentemente attività di cura presso famiglie come colf e badanti, con prospettive di maggiori stabilità e continuità rispetto alle italiane, impegnate in altri settori di attività. In ogni caso, conclude l’Isfol, siamo di fronte a una domanda strutturale e permanente presente nel nostro mercato del lavoro. E, per le donne, il sommerso non è una condizione transitoria, ma anzi un lavoro permanente, tanto che l’Isfol parla di “trappola del sommerso”, nella quale rischiano di rimanere impigliate soprattutto le lavoratrici con minori risorse personali.

RINALDI, LOTTA AL SOMMERSO AL CENTRO AZIONI GOVERNO

“Questo governo e questo ministero in particolare - ha detto il sottosegretario al Lavoro, Rosa Rinaldi - hanno assunto il lavoro nero come parametro delle sue azioni a tutto tondo: riguarda i soggetti, le lavoratrici, le aziende, tanto che abbiamo avviato norme specifiche e percorsi sperimentali di emesione, come ‘Esci dal nero-conviene’ per l’edilizia. Il ministero del Lavoro si occupa molto del lavoro femminile: abbiamo avviato ricerche sulle condizioni nel lavoro delle donne sia da un punto di vista delle retribuzione sia della qualità. Abbiamo messo in campo - ha ricordato - un percorso sperimentale denominato ‘bollino rosa’ e in quello che facciamo c’è una coerenza”. Sul problema dei gap salariali tra uomo e donna, Rinaldi ha sottolineato come ci sia “l’interesse a costruire alleanze larghe”. “Le discriminazioni salariali infatti - ha concluso - non riguardano solo i livelli bassi, così come non solo il lavoro dipendente ma anche quello autonomo”. Per questo, è importante “ragionare sugli strumenti adeguati” e sul sommerso delle donne. “Nella cabina nazionale di regia per il contrasto al lavoro nero - ha annunciato - prevederemo gruppi di lavoro specifici”.

DONNE OVER 45 E CON BASSI TITOLI LE PIU’ A RISCHIO

Sono donne giovani al termine del percorso degli studi, donne over 40 in possesso della sola licenza di scuola media inferiore, donne in età matura sopra i 50 anni e con bassi titoli di studio. Sono loro che, soprattutto, alimentano quel vasto bacino di lavoro sommerso femminile che neanche le statistiche riescono a definire (l’Istat le calcola in circa 1,35 milioni ma il dato risale al 2001). Di loro e delle problematiche legate al lavoro sommerso si è parlato lungamente nel corso della presentazione della ricerca condotta nelle aree metropolitane di Torino, Roma e Bari. “Lo studio - ha ricordato Giovanni Battafarano, capo della segreteria tecnica del ministro del Lavoro e della Previdenza sociale - è stato condotto nell’ambito della cabina nazionale di regia sul sommerso e sul lavoro nero, istituita nel 2007 e per la quale l’Isfol ha rafforzato il proprio ruolo di supporto tecnico-scientifico alle politiche di emersione”. I settori nei quali si concentra il lavoro nero femminile sono quelli che riguardano i servizi e la cura alle famiglie e alle persone, ma anche i servizi al territorio e alle imprese, con particolare riguardo alle attività di pulizie, turismo, ristorazione, alberghi.

La retribuzione media delle donne occupate senza contratto o con regole contrattuali parzialmente o totalmente disattese oscilla tra i 500 e i 700 euro mensili, “una sorta - ha detto Claudio Tagliaferro dell’Isfol - di salario minimo garantito del lavoro nero”. Fra le donne intervistate dall’Isfol, è presente una discreta conoscenza delle regole contrattuali e dei diritti, ma rivolgersi al sindacato rappresenta ancora un pericolo. Varie le motivazioni che spingono all’entrata nel lavoro sommerso: dalla necessità alla transizione nel mercato del lavoro, dalla convenienza alla conciliazione dei tempi di lavoro con i tempi della famiglia.

“L’obiettivo principale della ricerca dell’Isfol - ha detto Ugo Menziani, direttore generale Mercato del lavoro del ministero del Lavoro - è stato quello di contribuire alla comprensione delle caratteristiche della componente femminile impegnata in attività lavorative nell’ambito del sommerso, definendo i profili socio-professionali delle donne e individuando i fattori che ne determinano la collocazione in aree grigie del mercato del lavoro. Si tratta di un’indagine che ci consegna elementi di conoscenza davvero preziosi”.

“Uno dei dati più importanti è quello sull’aumento delle donne inattive - ha commentato Lea Battistoni, direttore generale della Tutela delle condizioni di lavoro del ministero del Lavoro - un’area che determina notevoli potenzialità per il sommerso. Perché - si è chiesta Battistoni - tante donne nel sommerso? Si paga forse caro che siamo noi a fare i figli, ma non solo. Sappiamo anche che l’inattività deriva dalla mancanza di servizi, tanto che il 23% delle donne inattive rientrerebbe a lavoro se avesse servizi adeguati”. Battistoni ha poi ricordato che ci sono le “inattive over 40 con un basso titolo di studio”. Per risolvere questo aspetto, “non si deve soltanto sostenere l'ingresso e la transizione nelle donne nel mercato del lavoro - ha avvertito Battistoni - ma anche le politiche di conciliazione che attuino la 'flexicurity', il sostegno a nuovi modelli organizzativi come il ‘bollino rosa’, il sostegno al reddito nel periodo di transizione e il sostegno al rientro nel lavoro per le over 40”.

Per il direttore generale per le Attività ispettive del ministero del Lavoro, Mario Notaro, “il fenomeno del sommerso permane pesantemente e soprattutto in alcune zone d’Italia”. “Continua a crescere - ha proseguito Notaro - l’insofferenza verso la legislazione sovrabbondante e per questo abbiamo l'obbligo di rendere le norme più semplici e comprensibili”.

“Il sommerso è un fenomeno femminile e il fatto che le donne irregolari siano il 47,4% del totale dell’occupazione irregolare e, dunque, un po’ meno degli uomini non ci deve trarre in inganno. Quello che conta è il tasso di irregolarità, che per le donne arriva al 14,5% contro il 10,6% degli uomini”. Così Gianni Principe, direttore generale dell’Isfol, ha riassunto la condizione femminile nell’ambito del lavoro irregolare. “Un altro dato distintivo della condizione femminile ‘sommersa’ -ha spiegato - è che la sua concentrazione è soprattutto al Centronord. Ciò significa che non è l’arretratezza economica e del contesto la caratteristica principale del lavoro nero femminile. Anzi. Questo ci dice due cose. La prima è che le politiche di contrasto al sommerso devono essere parte integrante delle politiche del lavoro e non possono essere disgiunte. Ricordo - ha aggiunto - che abbiamo il più basso tasso di occupazione femminile d’Europa e il più basso tasso per gli over 45 e, dunque, le politiche per il lavoro devono avere al loro centro la questione femminile. La seconda cosa è che le politiche di contrasto al sommerso non hanno una sola chiave di volta, ma sono un ‘riassunto’ delle politiche del lavoro e come tali sono un fenomeno complesso”. Per questo, ha concluso Principe, “ci vogliono politiche per la legalità, per la riqualificazione del sistema imprenditoriale, per l’empowerment e ci vogliono politiche per aiutare la permanenza delle donne nel mercato del lavoro”. “Su questo - ha assicurato - proseguiranno le indagini dell’Isfol”.


06/12/2007
 
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