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L’‘anomalia’ di Marco Biagi nel ricordo a 6 anni dalla morte
Un giuslavorista anomalo, che non aveva paura di sporcare l’arido lavoro del tecnico con lo studio appassionato della realtà, e poi l’inventore di un metodo: quel ‘benchmarking’, che ha permesso di allargare l’orizzonte dai fatti di casa nostra a quello più ampio dei Paesi europei. E anche lo studioso che ha intuito, primo fra tutti, che per risolvere i molti mali che affliggono il mercato del lavoro italiano, bisognerebbe giocare d’anticipo, costruendo percorsi efficaci di transizione dalla scuola al lavoro. Questo, e molto altro, è stato Marco Biagi, il giuslavorista ucciso dalla Brigate Rosse il 19 marzo 2002. Per ricordarne la figura e gli studi, si è tenuto a Roma un convegno organizzato dall’Associazione Amici di Marco Biagi, Adapt, Associazione italiana per la direzione del personale e l’Ordine nazionale dei Consulenti del lavoro, presso la sala Zuccari di Palazzo Giustiniani, al Senato. Il tema scelto per ricordare Biagi è di grande attualità: “Relazioni industriali e dialogo sociale - Quale agenda per il dialogo tra le parti sociali e tra queste e il governo?”.
CALDERONE, OCCORRE PATTO PER LE GIOVANI GENERAZIONI
“La nostra classe politica deve fare un patto per le giovani generazioni che hanno bisogno di risposte”. A chiederlo, dal convegno, è Marina Calderone, presidente dell'Ordine nazionale dei consulenti del lavoro. “Il semplice ricordo - ha detto Calderone - è un qualcosa che non trasmette l'importanza del messaggio che ci ha lasciato Marco Biagi: oggi, infatti, non si può prescindere dal parlare di politiche del lavoro e di esigenze dei lavoratori e delle imprese”. Il patto sul lavoro occorre perché, secondo Calderone, innumerevoli sono le difficoltà che affliggono il mercato. “Il problema dei salari - ha affermato Calderone - è forte e non è facile motivare un lavoratore che non riesce ad arrivare alla fine del mese, come non è facile gestire un'impresa per cui il costo del lavoro è molto alto”. Calderone ha citato come esempio importante il protocollo sul welfare, “perché la concertazione ha coinvolto lavoratori e imprese, anche se - ha ammesso - non abbiamo trovato la soluzione a tutti i problemi”. Difatti, “si parla ancora poco della riforma degli ammortizzatori sociali”. “Dobbiamo riflettere - ha invitato Calderone - sul fatto che le risorse sono poche, così come - ha continuato - dobbiamo uscire dalla logica che flessibilità sia uguale a precariato o coSì come dobbiamo insistere sulla cultura della sicurezza”. “Noi diciamo - ha continuato Calderone - sì agli straordinari, ma nel momento in cui siamo certi che le nostre aziende siano in sicurezza, e diciamo sì alla contrattazione decentrata ma senza depotenziare la contrattazione collettiva”. Importante, poi, per la presidente agire sulla leva fiscale. “Oggi - ha ricordato - per dare 24mila euro l'anno in busta paga a un dipendente l'azienda paga il 211% in più”.
TIRABOSCHI, HA PORTATO CULTURA RELAZIONI INDUSTRIALI IN DIRITTO LAVORO
“Marco Biagi - ha detto nella sua relazione, Michele Tiraboschi, allievo di Biagi e presidente di Adapt, l’associazione di studi fondata dal professore scomparso - ha avuto il grande merito di portare nella cultura italiana del diritto del lavoro, molto formale e molto tecnica, la cultura delle relazioni industriali”. Il professore aveva un metodo, ha ricordato Tiraboschi, “che partiva dall’analisi della realtà e già nella sintesi del Libro Bianco sul mercato del lavoro troviamo tutti i temi di cui ancora oggi discutiamo: la qualità del lavoro, la riduzione dei tassi di occupazione e la partecipazione al mercato del lavoro come fattore di crescita, l’individuazione dei ‘gruppi’ critici come i giovani, le donne, gli over 50”. Tiraboschi, però, è pessimista sul fatto che l’eredità di Biagi sia stata davvero compresa. “Se Marco fosse qui - ha commentato - sarebbe deluso. I temi di oggi sono ancora quelli di allora e, paradossalmente, i soggetti che meglio hanno capito la forza dirompente del pensiero di Biagi sono stati i brigatisti”. Una riflessione amara che spiega così: “La sua legge è largamente inattuata, non esiste una Borsa nazionale del lavoro che funziona, i servizi per l’impiego hanno ancora una funzione modesta e i tassi di disoccupazione sono alti e si trasformano in trappole per la precarietà. E’ tutto inattuato - ha ripetuto Tiraboschi - anche il rapporto tra università e lavoro, l’apprendistato professionalizzante è solo una forma surrettizia di contratto a termine e le regioni sono rimaste inerti, mentre la riforma del lavoro a progetto è rimasta a metà”.
DAMIANO, ANCHE PER ME ‘STELLA POLARE’ E’ BATTAGLIA A CATTIVA FLESSIBILITA’
Meno pessimista di Michele Tiraboschi sull’eredità lasciata da Biagi, si è dichiarato il ministro del Lavoro, Cesare Damiano. “Anche se è inutile negare - ha spiegato il ministro - che ci sono impostazioni di filosofia diverse, io penso che alcuni percorsi reali sono andati avanti. Non nascondo che tante volte ho criticato la traduzione legislativa delle idee di Biagi, soprattutto dove ho riscontrato un accento eccessivo sulla flessibilità a scapito della stabilizzazione. Abbiamo però tenuto - ha ricordato Damiano - un atteggiamento molto ‘laico’, di abrogazione di alcune parti e di valorizzazione di altre”. In due anni da ministro, Damiano ha detto di aver avuto “come stella polare”, “l’idea, che era anche quella di Biagi, di combattere l’abuso delle forme di flessibilità e di rendere disponibili le forme della buona flessibilità”. E ha citato come esempio il voucher per studenti e pensionati da usare per la vendemmia. “Il mio è stato - ha concluso - un atteggiamento pratico di equilibrio tra quello che poteva essere una visione distorta e quella che può rappresentare l’interesse di lavoratori e imprese”.
SACCONI, DETASSARE LA PARTE VARIABILE DELLO STIPENDIO
Il senatore Maurizio Sacconi ha ricordato “la forza oggettiva delle idee di Biagi”. Una forza che sta alla base “di una crescente attività del ricordo operoso di Marco”. Sulle relazioni industriali, Sacconi ha detto che il giuslavorista “ci ha lasciato uno straordinario contributo di merito e di metodo: era quanto di più lontano da quei vizi delle relazioni industriali come l’autoreferenzialità”. Sulla questione salariale, ad esempio, Sacconi ha affermato che “il giusto punto di partenza da cui declinare il dialogo tra le parti sociali è il giusto impiego della leva fiscale”. E ha spiegato la sua proposta: “Sottrarre alla tassazione la parte variabile del salario, come indennità di funzione responsabile, indennità di scomodità, i premi di risultato, gli straordinari”. Questo costituirebbe “una forte spinta alla crescita della componente variabile della retribuzione e alla crescita delle relazioni industriali tra le parti”.
14/03/2008
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