Ires Cgil, 53% dei precari è donna

La precarietà in Italia è donna. Lo rivela il Terzo Rapporto dell'Osservatorio permanente sul lavoro atipico in Italia 2008, curato da Ires Cgil e Nidil e presentato a Roma. Secondo i dati, infatti, “l'area dell'instabilità” lavorativa (che comprende, oltre ai dipendenti con contratto a termine, i collaboratori a vario titolo, con o senza partita Iva, e i disoccupati da non più di un anno per scadenza dell'impegno lavorativo) supera, nel IV trimestre del 2006, i 3 milioni e 400 mila persone, di cui 608 mila (il 18%) non occupate da non più di 12 mesi. L'area dell'instabilità è formata in maggioranza da donne (53%), più numerose degli uomini in tutte le sue componenti. Le donne 'instabili' rappresentano circa il 19% dell'occupazione totale femminile, mentre lo stesso rapporto calcolato per gli uomini è uguale a poco più dell'11%. A essere particolarmente svantaggiate sono le donne giovani: più della metà delle ragazze occupate di età compresa tra 15 e 24 anni e più di un quarto (25,7%) delle giovani donne occupate (25-34 anni) svolge un lavoro instabile (gli stessi rapporti calcolati per gli uomini sono 39,7% e 15,5% rispettivamente). Il rischio di essere impiegati in forma precaria diminuisce con l'età, ma è sempre maggiore per le donne (sostanzialmente il doppio nelle classi 35-44 e 45-54 anni).

PIÙ RISCHI DI PRECARIETÀ PER CHI VIVE AL MEZZOGIORNO

La probabilità di essere precario in età adulta è maggiore per chi lavora nel Mezzogiorno: il 23% delle lavoratrici meridionali nelle fasce di età centrali (35-54 anni) vive il disagio dell'instabilità occupazionale, contro il 14,6% delle donne che vivono nel Centro e il 9,5% di quelle del Nord. E, sottolinea il Rapporto, a causa dell'età relativamente avanzata, “in questa instabilità rischiano di restare intrappolate”. Anche la durata dei contratti e la permanenza nell'area dell'instabilità peggiorano, se si considerano i parametri femminili. Se, infatti, in media, il 70% degli uomini 'atipici' ha un contratto temporaneo inferiore ai dodici mesi, per le donne la percentuale sale a oltre il 76%. Le donne sono largamente maggioritarie tra i lavoratori instabili a tempo parziale: esse rappresentano il 73% degli occupati part-time a termine, dipendenti o parasubordinati. Nell'area dell'instabilità, il tempo parziale rappresenta una scelta consapevole solo per una piccola minoranza di lavoratrici (36%), mentre il 57% delle donne che hanno un contratto part-time stabile non aspira a un lavoro a tempo pieno. In generale, più del 7% delle lavoratrici instabili tra i 15 e i 54 anni occupate al IV trimestre 2005 lascia l'anno successivo il mercato del lavoro, principalmente per dedicarsi alla cura della casa o della famiglia, e più del 5% è disoccupato. Se un numero non trascurabile di donne con esperienze di lavoro discontinuo alle spalle prima o poi rinuncia, un numero molto maggiore vive la precarietà del lavoro per un lungo periodo di tempo. Solo il 17% degli occupati instabili viene assunto a tempo indeterminato e, per le donne, il passaggio verso forme contrattuali stabili è ancora più difficile: interessa solo il 14% circa delle lavoratrici temporanee, contro il 20% degli uomini con contratti a tempo determinato o di collaborazione.

ALTIERI, UNA DONNA SU QUATTRO SVOLGE UN LAVORO A TEMPO PARZIALE

“Tra il 1993 e il 2006 - ha sottolineato Giovanna Altieri, direttrice dell'Ires, presentando il Rapporto - l'occupazione femminile è cresciuta molto di più di quella maschile. L'impiego part-time, in particolare, ha registrato l'incremento maggiore (ad esso è imputabile più del 50% della nuova occupazione femminile), tanto che oggi più di una donna occupata su quattro svolge un lavoro a tempo parziale. Nello stesso periodo anche l'occupazione femminile instabile (dipendenti a tempo determinato, collaboratrici occasionali) è aumentata più di quella maschile”. “Le tendenze recenti - ha proseguito Altieri - dimostrano che le donne rappresentano ancora la componente più dinamica dell'occupazione, ma con il baricentro spostato sul lavoro dipendente a termine”. Insomma, l'Italia è ancora spaccata in due: “Nel Centro-Nord è quasi raggiunto l'obiettivo di Lisbona (tasso di attività femminile attorno al 60%) - ha detto Altieri - mentre nel Mezzogiorno il ritardo si aggrava progressivamente”. E sicuramente, ha concluso, “l'atipicità-flessibilità del contratto non garantisce la conciliazione, rende marginale il lavoro femminile e deprime il tasso di occupazione e di natalità nazionale”.


20/03/2008
 
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