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Isfol, 67% dottori ricerca in Mezzogiorno occupato a sei mesi da titolo
Il 67% dei dottori di ricerca nel Mezzogiorno è occupato a sei mesi dalla conclusione del corso, il 51% lavora in università, cliniche universitarie o enti di ricerca; tra chi ha trovato impiego in azienda privata (14%), un quarto opera nel settore ‘Ricerca e sviluppo’. Il 40% dei dottori è comunque impegnato in attività di ricerca e sviluppo sperimentale. Questi alcuni dei dati che emergono dall’indagine condotta dall’Isfol (Struttura nazionale di valutazione Fse) e commissionata dai ministeri dell’Università e della Ricerca e del Lavoro e Previdenza sociale, per sapere quali sono gli effetti degli investimenti Fse che finanziano dottorati e master volti al rafforzamento del potenziale umano nella ricerca, nella scienza e nella tecnologia nel sud del paese per creare ‘capacità autonoma di sviluppo’ nel Mezzogiorno.
L’indagine, i cui risultati sono raccolti nel volume ‘Gli esiti occupazionali dell’alta formazione nel Mezzogiorno. Indagine placement sugli interventi cofinanziati dal Fse nell’ambito del Pon Ricerca 2000-2006’ analizza le caratteristiche del lavoro trovato da dottori di ricerca e laureati con master, a sei mesi dal conseguimento del titolo post laurea. In Italia, i dottori di ricerca sono 71 su un milione di abitanti: un numero esiguo, se paragonato a quello di Svezia 381, Germania 505, Regno Unito 241, Francia 176 e Spagna 160.
Le prospettive lavorative sono buone con il 67% occupato a sei mesi dalla chiusura del corso, ma la tipologia contrattuale e la remunerazione non premiano chi studia di più. Solo il 30% dei dottori di ricerca ottiene infatti un contratto a tempo indeterminato, 20% tempo determinato e 50% di contatti atipici. Lo stipendio, inoltre, è molto vario: si va dai 973 euro di chi resta all’università ai 1.800/1.900 di chi lavora in un policlinico o clinica universitaria o in ospedale, passando per i 1.103 per chi insegna in istituti scolastici, 1.283 in enti di ricerca o 1.264 in azienda privata, 1.300 di chi è nella pubblica amministrazione.
COMPENSI BASSI E FORME CONTRATTUALI POCO STRUTTURATE
L’occupazione nel comparto della ricerca, secondo l’Isfol, è scarsamente remunerata, soprattutto quella in ambito accademico, dove è impegnato il 43% dei dottori, la retribuzione delle attività di ricerca non riflette l’investimento in capitale umano. I dottori di ricerca accettano compensi bassi e forme contrattuali poco strutturate pur di valorizzare le proprie competenze e fare ricerca: la possibilità di svolgere attività di ricerca rappresenta una sorta di fringe benefit (retribuzione in natura) che si aggiunge alla retribuzione monetaria nel determinare la scelta dell’impiego.
Tra i dottori di ricerca che ottengono un lavoro con una coerenza medio-alta rispetto alla loro formazione, l’89% accetta un contratto parasubordinato; percentuali più basse si osservano per chi ottiene un contratto a tempo determinato o indeterminato (rispettivamente 74% e 55%).
Ciò risulta coerente con le motivazioni che spingono i soggetti a intraprendere un dottorato di ricerca, (45% per accrescimento culturale) e dove dunque lo sviluppo del capitale umano assume una rilevanza in se facendo prefigurare scelte lavorative maggiormente attente alle possibilità di sviluppo delle competenze, anche a scapito della sicurezza contrattuale e del livello di retribuzione. Tra i dottorati, il 16% circa degli occupati ha trovato lavoro al di fuori della regione in cui risiedeva quando si è iscritto al corso.
Circa la metà di questi ha trovato lavoro in una regione del Centronord (8,1%), il 4,6% in una regione del Mezzogiorno diversa da quella in cui risiedeva e il 3,5% all’estero. La maggior parte di coloro che si sono spostati all’estero lavora presso un’università (50%). Nel Centronord ci si sposta invece prevalentemente per lavorare in un’impresa privata (48,5%).
RAFFORZARE LEGAME TRA CAPITALE DI ECCELLENZA E MERCATO
Se da un lato solo il 14% dei dottori di ricerca trova lavoro in un’impresa privata, un quarto di questi è inquadrato nel settore ‘Ricerca e sviluppo’. L’obiettivo di favorire l’upgrading (aggiornamento) tecnologico del sistema produttivo, dunque, risulta soddisfatto solo in parte, permane una difficoltà dal lato del mercato ad assorbire capitale umano di eccellenza in mansioni di livello medio-alto e un probabile scarso collegamento degli enti attuatori con il sistema delle imprese.
La sfida, secondo l’Isfol, è rafforzare il legame tra capitale di eccellenza e mercato, tendenza già presente in alcune regioni del Nord del paese dove anche se il settore pubblico rappresenta l’area di impiego prevalente, non è trascurabile e appare tendenzialmente crescente nel tempo la quota degli occupati nel privato, 26%.
L'indagine condotta dall’Isfol rappresenta un primo momento di ricerca sull’alta formazione a cui il gruppo di lavoro interistituzionale, composto anche dai ministeri dell’Università e del Lavoro, ha voluto dare seguito avviando una seconda fase attualmente in corso. La nuova indagine nasce dalla volontà politica di approfondire il tema e intende rilevare gli esiti occupazionali degli stessi soggetti già intervistati, a 18 mesi dalla conclusione del corso post laurea (dottorati e master).
04/04/2008
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