Immigrati: in Italia 1 milione di romeni

 I romeni, che in Italia erano appena 8.000 nel 1990, sono andati continuamente aumentando, fino a diventare un milione circa all’inizio del 2008: cento volte di più nel volgere di 17 anni. La collettività romena è, dunque, prima in Italia per numero di immigrati. Emerge dal volume ‘Romania. Immigrazione e lavoro in Italia. Statistiche, problemi e prospettive’ curato dalla Caritas e presentato oggi a Roma. I romeni, dunque, sono di più degli albanesi e dei marocchini e i loro flussi hanno per così dire anticipato la formale adesione all’UE: 150.000 su 700.000 domande presentate in occasione della regolarizzazione del 2002, 130.000 su 500.000 in occasione del Decreto Flussi del 2006. L’unificazione del territorio comunitario e lo sganciamento dal sistema delle quote ha reso più agevoli i loro trasferimenti, senza che però questo regime giuridico più favorevole li abbia liberati dallo sfruttamento (lavoro nero, caporalato, discriminazione).

All’inizio del 2007, su un totale di 3.690.000 stranieri regolari, i romeni sono risultati 556.000 secondo la stima del Dossier Caritas/Migrantes, per il 53,4% costituiti da donne. Aggiornata all’inizio del 2008, la stima, basata sull’utilizzo incrociato di tutti gli archivi disponibili, ipotizza la presenza di 1.016.000 romeni (stima di massima), inegualmente ripartiti tra motivi di lavoro, di famiglia e altre ragioni. Riguardo ai motivi di soggiorno in Italia, il lavoro riguarda 749.000 romeni (73,7%). Di questi, gli occupati dipendenti sono 557.000, i parasubordinati 13.000, gli autonomi 16.000, i disoccupati 56.000, mentre nell’area informale ne operano 107.000. I motivi di famiglia riguardano 239.000 romeni (23,5%). Fra questi, i minori sono 116.000, gli altri familiari 123.000. Infine, 28.000 romeni sono in Italia per altri motivi (2,8%). Trattandosi di una stima di massima, sottolinea la Caritas, non è esclusa per motivi di prudenza una diminuzione del risultato finale tra il 10% e il 15%.

Bisogna, infatti, tenere conto che nel corso del 2007 parte degli occupati può essere rimpatriata, che i disoccupati in parte possono sovrapporsi a quelli dell’area informale, che un certo numero di familiari è soggetto a essere conteggiato come occupato o anche in altre situazioni lavorative. Anche se si trattasse di 850 mila persone, i romeni rimarrebbero di gran lunga la prima collettività, per giunta con una crescente tendenza alla stabilizzazione attestata dall’insediamento familiare.

Riguardo alle regioni, circa 200.000 unità di romeni sono presenti nel Lazio (la provincia di Roma supera da sola le 100.000 presenze), che risulta così essere la regione d’Italia con la comunità romena più consistente. Seguono, con 160.000 romeni, la Lombardia, con 130.000 il Piemonte, con 120.000 il Veneto, con 80.000 l’Emilia Romagna e la Toscana e, nel Meridione, con 20.000 Abruzzo, Campania, Puglia e Sicilia. Al Sud l’aumento dei romeni (sia maschi che femmine) è stato in percentuale più consistente, anche perché partiva da numeri più bassi rispetto ai contesti del Centro-Nord.

 “Una presenza così consistente e diffusa – sottolinea il Rapporto della Caritas- come già avvenne per il Marocco e l’Albania, ha generato una sorta di “sindrome da invasione”, una eventualità improbabile trattandosi di un paese caratterizzato dall’invecchiamento della popolazione, dal buon andamento economico e dal forte bisogno di trattenere forza lavoro aggiuntiva. Si è, invece, trascurato di riflettere sufficientemente sull’apporto che i romeni assicurano al “Sistema Italia”. Gli autori ricordano, infatti che in Italia gli immigrati, all’incirca 1 ogni 10 occupati, sono diventati una componente strutturale e sempre più rilevante del mercato occupazionale. Ogni 6 nuovi assunti stranieri 1 è romeno: secondo stime, i romeni garantiscono l’1,2% del PIL italiano.

Nonostante l’alto livello di preparazione, essi trovano sbocco nei posti meno garantiti e, perciò, sottoscrivono in media 1,5 contratti l’anno. L’inserimento avviene per un terzo nell’industria (notoriamente in edilizia), per la metà nel terziario (assistenza familiare, alberghi e ristoranti, informatica e servizi alle imprese) e per il 6,6% in agricoltura. La retribuzione loro corrisposta è leggermente inferiore a quella media percepita dalla totalità degli immigrati (10.042 euro nel 2004, secondo l’INPS): le donne percepiscono il 40% in meno rispetto agli uomini.


13/06/2008
 
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