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Nessuna legge tutela chi lavora i ‘campanacci’
“I campanacci sono come le persone: ognuno ha la sua voce”. Parola dei ‘maestri campanari’ di Tonara (Nuoro), uno dei paesi più alti della Sardegna, situato alle pendici del Gennargentu, che creano ancora artigianalmente i sonagli e i campanacci che servono per il bestiame, ma sono anche un tradizionale souvenir dell’isola. E c’è anche chi ne ha fatto un oggetto da stadio, utile in curva per sostenere i colori del cuore o un articolo da antiquariato da tenere in salotto. A Tonara, infatti, ogni anno nel giorno di Pasquetta si svolge una simpatica sagra detta appunto del ‘Campanaccio e del Torrone’, dove vengono esibiti questi pseudo strumenti musicali. Il fabbricatore di campanacci, nonostante sia una figura importante per gli allevamenti del Belpaese, è un mestiere che rischia di scomparire, perché i laboratori rimasti sono solo tre. Eppure, il campanaccio è un prodotto che viene venduto ai pastori della Toscana, della Sicilia e Lazio.
“Per farlo, ci vuole pazienza e passione”, spiega a LABITALIA Carlo Sulis, 37 anni, terza generazione dell’omonima ditta di campanacci di Tonara. “Oltre che nei laboratori - racconta - i pastori acquistano i campanacci soprattutto durante le sagre di paese, grazie ai venditori ambulanti. Purtroppo, non c’è una legge regionale che tuteli questa attività, né corsi di formazione. La lavorazione è tramandata da padre in figlio e si impara solo dopo anni e anni di esercizio e attenzione”.
LE PECORE SEGUONO IL CAPO BRANCO SEGUENDO ‘LA VOCE’ DEL SUONO
Il campanaccio che pecore capre o mucche hanno al collo serve per ritrovarle in caso si smarriscano, quando pascolano all’aperto. In passato, durante la transumanza, quando i pastori dalle montagne innevate camminavano verso il mare lungo la via dei ‘tratturi’, i campanacci erano addirittura uno dei punti cardinali del viaggio. Le fasi per fabbricare un campanaccio sono svariate: si parte dalla lavorazione della lamiera per arrivare all’accordatura. Ogni tappa è eseguita con la massima attenzione e concentrazione, altrimenti si rischia che il campanaccio non suoni. Basta un forellino, un piccolo difetto, perché il suono non sia efficace, non ‘arrivi lontano’ rischiando così che il campanaccio non si possa accordare. Ma come si usa il campanaccio? In genere, gli allevatori ne mettono uno grosso al collo del montone, il ‘capo branco’, che poi le pecore seguono e riconoscono grazie al suono. In questo modo, le greggi che si incontrano non si confondono.
FUSIONE PER L’OTTONATURA A 1.500 GRADI
La prima fase di lavorazione riguarda il taglio e la sagomatura della lamina in acciaio dolce. Successivamente, i pezzi tagliati a misura vengono ‘imbutiti’ e assemblati con un martello tramite la saldatura. Si passa, quindi, alla foratura del semilavorato, nelle posizioni necessarie all’inserimento di altri elementi in ferro come ad esempio il manico e l'arco interno, precedentemente tagliati e sagomati. A questo punto, il campanaccio, costituito da tutti i suoi elementi, viene rifinito con l’ausilio del martello e delle cesoie e quindi messo in fusione per l’ottonatura a 1.500 gradi. L’ottonatura costituisce una delle fasi di maggiore delicatezza del processo che porta alla creazione del campanaccio, in quanto la buona riuscita di quest’ultima garantisce la migliore qualità del prodotto finito. L’ultima fase di lavorazione è, invece, costituita dall’accordatura e dalla posa del batacchio, precedentemente realizzato. Proprio dalla fase dell’accordatura dipende la particolarità del suono, la cosiddetta ‘voce’, di ogni campanaccio.
19/08/2008
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