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Censis, 1 atipico su 3 non crede a previdenza complementare
Un lavoratore ‘flessibile’ su tre non crede alla previdenza complementare. Colpa dell’instabilità del lavoro e del reddito, che per il 30,9% rende impossibile fronteggiare i piani di versamenti. Un altro 38,9% degli atipici considera pure interessante il secondo ‘pilastro’ del sistema pensionistico, a patto però che siano incentivati i redditi più bassi. Resta, comunque, un 28,6% che, invece, valuta questo strumento come indispensabile per integrare la pensione pubblica. E’ quanto emerge da un’indagine del Censis, riferita al 2003 e condotta su un campione di collaboratori coordinati e continuativi, per analizzarne comportamenti, opinioni e attese per il futuro e, in particolare, il giudizio sugli strumenti per garantirsi una vecchiaia serena. Un problema, quello della pensione, che appare al primo posto nella graduatoria delle preoccupazioni dei giovani ‘flessibili’ per l'avvenire. Ben il 64,7%, infatti, è convinto che non disporrà di una pensione adeguata (percentuale che balza al 97% nel Nordest). E, forse proprio per questo, oltre la metà (58,2%) non ha attivato alcun tipo di strumento previdenziale, contro il 47,2% che, invece, ha cominciato a versare all’Inps oppure ha stipulato una polizza vita. Nell’immediato, infatti, è la rete del patrimonio familiare a ‘coprire’ i rischi dell’instabilità del posto di lavoro. Ma, per la vecchiaia, il problema è rinviato a data da destinarsi.
OPINIONE PIU’ DIFFUSA TRA GIOVANI
Se si considerano le opinioni nei confronti della previdenza complementare, sono soprattutto i giovani a chiedere incentivazioni per i redditi bassi e a sottolineare la non corrispondenza tra la rigidità dei piani di versamento e l’instabilità del reddito. La valutazione positiva subordinata all'attivazione di incentivi per i redditi bassi prevale tra i lavoratori flessibili del Sud (54,5%) e del Nordovest (49,2%). Il dato scende al 17% nel Nordest, dove, invece, tale strumento è considerato indispensabile dal 45,9%. Un giudizio che non ha eguali in altre aree del Paese: la percentuale di ‘ottimisti’, infatti, scende al 25,2% nel Nordovest, al 24,1% al Centro e al 15,5% al Sud. Non interessato alla previdenza integrativa si dichiara, invece, il 37,1% dei co.co.co. del Nordest e il 25,1% di quelli del Nordovest. L’opinione è condivisa dal 29,4% dei residenti al Sud. Quanto ai lavoratori flessibili del Centro, si dividono tra coloro che puntano il dito sulle difficoltà di tenere il ritmo dei versamenti (34,5%) e quelli che chiedono incentivi per i redditi bassi (35,9%).
PIU’ UTILIZZATO VERSAMENTO GESTIONE SEPARATA INPS
Quel 47,2% di lavoratori flessibili che alla pensione già ci pensa, si è rivolto prevalentemente all'Inps. Tra gli strumenti previdenziali attivati dai co.co.co., infatti, prevale il versamento di contributi alla gestione separata (21,6%). Un'opzione scelta più dai maschi (23%), dai meridionali (35,2%) e da chi ha un’età compresa tra i 30 e i 39 anni (25,4%). Al secondo posto figurano le polizze vita, stipulate dal 14,2%, con un picco del 21,6% al Centro, del 19,1% tra i 30-39enni e del 16,3% tra le donne. La sottoscrizione di una polizza sanitaria, poi, riguarda il 9,1% degli intervistati, con punte del 13,9% tra gli ‘over 30’ e del 15,4% tra i residenti al Centro. Meno numerosi i co.co.co. che si orientano verso il risparmio, con l’intento di utilizzarlo per costruirsi una pensione (8,5%), e gli investimenti finanziari (6,7%) o i piani di pensionamento individuale (6,1%). Solo il 5,3% ha aderito a un fondo pensione, mentre il 4,2% dispone di un patrimonio (per esempio, case o terreni) che copre le spalle anche in vecchiaia (4,2%).
58,2% NON FA NULLA PER GARANTIRSI VECCHIAIA SERENA
Ben il 58,2% di co.co.co. non fa nulla, invece, per garantirsi una vecchiaia serena. Un dato solo parzialmente attenuato dal fatto che, di questi, almeno il 31,3% dichiara che vorrebbe, comunque, informarsi sulla migliore forma previdenziale. Resta, infatti, un 26,9% che dice di non avere né soldi né tempo per pensarci. Tra chi non pensa ancora alla pensione, prevalgono soprattutto i più giovani (71,5%) e i residenti nel Nordest (72%). Nella fascia d’età compresa tra i 20 e i 29 anni, si equivale la quota di coloro che mostrano un interesse verso gli strumenti previdenziali (35,6%) e di quanti, invece, non hanno alcuna intenzione di investirvi (35,9%). Mentre, tra chi ha 30-39 anni, la curiosità è più elevata (27,2%) rispetto all'indifferenza (18,5%). A livello territoriale, sono più disposti quanto meno a informarsi, tra coloro che non fanno nulla per la pensione, i lavoratori flessibili del Nordest (41,4%), seguiti da quelli del Centro (33,5%), del Sud (29%) e del Nordovest (24,4%). Il Nordest è anche l’area in cui si registra la quota maggiore di chi dichiara di non avere né soldi né tempo da dedicare alla pensione futura (30,6%, contro il 28,5% del Nordovest, il 25,2% del Centro e il 19,3% del Sud).
58% CONVINTO CHE WELFARE SUBIRA’ RIDUZIONE
A scegliere strategie individuali in ambito pensionistico è soprattutto chi è convinto che la copertura pubblica è destinata in futuro a contrarsi. Il 58,5% degli atipici crede, infatti, che nei prossimi cinque anni il welfare subirà una restrizione, il 15,9% ritiene probabile una sostanziale stabilità e il 5,4% punta su un ampliamento della rete pubblica. Rispetto agli stessi strumenti della previdenza pubblica, il giudizio è critico. Il 33,4% definisce il versamento all’Inps come una tassa aggiuntiva, che non apporterà alcun beneficio. Il 30,3% lo considera, invece, importante perché finalizzato a produrre un reddito pensionistico. Inoltre, il 17,3%, pur valutandolo positivamente, si lamenta per l'elevatezza dell'aliquota e il 14,7% lo vede come un’appropriazione di una parte di reddito sulla quale vorrebbe, invece, poter scegliere liberamente. Articolato il giudizio a livello territoriale. Solo al Sud prevale la valutazione positiva (espressa addirittura dal 59,1%), mentre nelle altre aree geografiche sono più diffusi i giudizi negativi.
SPALLE COPERTE DA PATRIMONIO FAMILIARE
“L’idea di costruire una solida retrovia finanziaria - spiega il Censis - è anche frutto dell’esperienza di vita attuale dove le spalle sicure sono date dalla patrimonializzazione familiare, che consente di fronteggiare i livelli remunerativi mediamente non elevati, l’irregolarità dei flussi di reddito e l’inoccupazione, ad esempio, nell’intervallo tra due contratti. I co.co.co. hanno introiettato l’idea che la sicurezza individuale è fondamentalmente legata alla propria disponibilità patrimoniale, piuttosto che a un sistema collettivo di garanzie”. “Sono le reti spontanee familiari, parentali e amicali - prosegue il Censis - a dare attualmente a questo segmento di lavoratori le retrovie finanziarie da mettere in campo contro i diversi aspetti della non stabilità lavorativa. E’ il welfare-fai-da te, che ha come ‘provider’ principale la famiglia e che si rappresenta come orizzonte di vita primario per i lavoratori atipici, poiché da esso fanno discendere la loro effettiva tranquillità economica e personale”.
27/07/2005
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