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Il lavoro in questo secolo nell’analisi di Ichino. Un commento di Romano Benini
Il nuovo libro di Petro Ichino interviene in modo chiaro e puntuale su alcune questioni di fondo che riguardano il declino economico, la rappresentanza e le sue forme, la legislazione sociale e del lavoro, temi forti ed oggetto in questi anni di un dibattito sostanzialmente poco produttivo. Si tratta di un testo coraggioso e soprattutto utile. L’utilità è una categoria importante, che ci serve per distinguere le provocazioni dalle proposte, le prese di posizione dai contributi. Sul tema delle relazioni sindacali e produttive un testo utile di questi tempi è già molto.
Premessa di fondo: quello tra capitale e lavoro è uno dei conflitti di fondo, ma non rappresenta il paradigma dei conflitti in una società oggi esasperata da tensioni varie e ben più complesse. Ed ogni conflitto va riconosciuto e rappresentato per poter essere regolato e affrontato. Perché non esploda. Questa non è la differenza tra riformisti e radicali, ma tra la democrazia e il terrorismo. Nell’azione di riconoscimento e di rappresentanza entrano oggi in gioco diversi attori: impresa e i lavoratori direttamente coinvolti, le imprese concorrenti o collegate, i lavoratori esternalizzati e dell’indotto, il settore economico di riferimento, il territorio, i cittadini, gli utenti del servizio, i consumatori del prodotto. Non ultime, le diverse generazioni.
Il conflitto postindustriale è necessariamente plurale perché molteplici sono gli interessi da considerare e comporre e come tale fa affrontato. Per evitare che la soluzione di oggi inneschi l’esplosione di domani. Per evitare che l’aiuto al padre costringa il figlio ad emigrare. Il libro di Ichino parte opportunamente da questo dato di fatto, spesso ignorato nella pratica delle relazioni industriali di questo paese.
Il testo ci offre un punto di vista interessante ed è uno stimolo soprattutto per la politica e il sindacato, ma anche per quei giuslavoristi che sui temi del mercato del lavoro e delle relazioni industriali si sono distinti in questi anni per una difesa dell’esistente tanto encomiabile nei principi quanto inutile per i risultati. Perché, come ci ha ricordato Gordon Brown alla recente assiste del Labour, i valori restano, ma i tempi cambiano. Inesorabilmente.
Questo testo contiene invece proposte in buona parte utili ed utilizzabili proprio dai gruppi dirigenti della politica e del sindacato. Proprio per le scelte contingenti. Intanto lo snodo di fondo. Il nesso, ben evidenziato, di come sia stretta le relazione tra declino economico e relazioni industriali. Le storie e le vicende, mostrate con precisione da reportage, delle scelte sbagliate dei nostri grandi gruppi industriali hanno spesso in questi anni avuto a che vedere con relazioni sindacali barocche, poco brillanti ed in molti case pericolose.
La vicenda della mancata acquisizione da parte della Nissan Alfa Romeo nei primi anni 80 è emblematica di come la ricerca del sostegno pubblico a tutti i costi, nella garanzia non del lavoro di qualità e ben retribuito, ma del mantenimento a tutti i costi di un certo assetto contrattuale sia spesso stata in questi anni il Moloch a cui si sono sacrificate opportunità per le imprese, per i lavoratori ed in buona sostanza per il Paese.
Ichino ci offre quindi in primo luogo una riflessione non sui singoli aspetti, ma sulla validità di un metodo, quello di un sistema di relazioni industriali che per i grandi gruppi e per le aziende con capitale pubblico (o fortemente condizionate dalle commesse pubbliche) ha spesso sacrificato lo sviluppo e la qualità del lavoro al potere interno delle sigle sindacali. Ignorando le regole dell’economia di mercato e come la debolezza dell’azienda sia in primo luogo l’anticamera del licenziamento dei lavoratori.
Si è così aperta la strada scellerata che ha portato in molti settori proprio a quel proliferare del particolarismo, delle sigle interne ed autonome, delle corporazioni che in questi anni ha contribuito ad alimentare condizioni particolari e privilegi che: hanno determinato (vedi il caso Alitalia) la crisi strutturale dell’azienda e del prodotto licenziamenti; hanno prodotto divisioni tra i lavoratori e le forme di tutela (vedi la differenza tra i cassaintegrati Fiat ed i licenziati dall’indotto).
Esiste un filo logico e preciso, che ogni sindacalista ed ogni imprenditore dovrebbe percorrere con saggezza ed equilibrio, che lega indissolubilmente le regole dell’economia e le regole delle relazioni industriali e che spesso è stato e viene ignorato. La rottura del principio che vede nella forza dell’azienda sul mercato il principale antidoto contro la disoccupazione ha prodotto e continua a produrre errori che stiamo pagando caro proprio nei termini nella creazione e della giusta distribuzione delle opportunità.
Il mantenimento a tutti i costi del vecchio modello di relazioni industriali, entrato in crisi l’assetto produttivo che lo reggeva ormai da quasi vent’anni fa, ha prodotto mostri. Lavoratori di serie A con forti ammortizzatori (richiesti spesso non a caso a volte più dalle imprese che dagli stessi sindacati) e lavoratori di serie B privi di ogni forma di integrazione al reddito, crescita del decentramento e della cessione di rami d’azienda (uno zoccolo duro iper tutelato mantenuto da schiere di collaboratori a progetto), caste ovunque (dai commessi del Parlamento, ai controllo di volo ai taxista) che danneggiano il merito, indeboliscono il ruolo della formazione e del libero accesso al mercato del lavoro da parte dei cittadini.
Limitandosi al nesso tra declino economico e relazioni industriali sbagliate, alla analisi della pratica della istituzionalizzazione delle relazioni sindacali ai danni dei cittadini, questo testo ci mostra come si snodi un filo che provoca danni ovunque e come una economia decisamente postindustriale non possa semplicemente permettersi la continua e voluta microconflittualità nei settori chiave. Ed ancora come sia profondamente sbagliato non aver provveduto in questi anni proprio nei settori chiave (come i trasporti, i servizi pubblici etc) ad una maggiore liberalizzazione, che avrebbe garantito la qualità dei servizi senza danneggiare i lavoratori.
Insomma, esiste un nesso forte tra economia bloccata e sindacato bloccato. Tra la difesa ad oltranza del posto che l’economia non richiede e la mancanza di proposte e strumenti per la creazione di nuovi posti e di lavoro. Un nesso che apre contraddizioni, che vanno percorse ed analizzate nel profondo, per arrivare presto ad una nuova stagione di riforme su cui il libro di Ichino offre indicazioni interessanti, che riguardano per esempio la rappresentatività sindacale, la regolamentazione dello sciopero nei servizi essenziali, lo sviluppo della contrattazione aziendale e territoriale (con attenzione ai rischi di ulteriore frammentazione delle tutele e di divisione tra i lavoratori che evidenzia la Cgil).
Temi forti su cui il governo del Centro Sinistra non riuscì non a caso a portare a termine l’opera di riforma (a cui lavorava Massimo D’Antona) e su cui il Centro Destra (dopo l’assassinio di Marco Biagi) non ha prodotto sostanzialmente nulla. C’è da riflettere anche su questo. Esiste per chi scrive un altro nesso, che andrebbe percorso sino in fondo e con più forza e che lega questo testo al precedente libro di Ichino (“Il lavoro ed il mercato”) sulla disciplina del mercato del lavoro. Si tratta del rapporto tra politiche pubbliche, governo del mercato del lavoro, funzione degli ammortizzatori sociali, accesso alle professioni e ruolo promozionale del welfare locale e dei servizi per l’impiego, i servizi e le garanzie del lavoro sul mercato.
Dal precedente lavoro di Ichino su questi temi è passato molto tempo e lo sterile dibattito sulla Legge Biagi non ha offerto in questi anni molto a chi pensa che la modernizzazione del mercato del lavoro sia in Italia ancora un percorso incompiuto e contraddittorio. La mancata riflessione sul ruolo del welfare locale e dei soggetti pubblici nella governance del lavoro e nei servizi per il capitale umano (aspetto non a caso assolutamente laterale alle misure di attuazione della stessa Legge Biagi, che da enfasi ai soggetti privati) è un tema di fondo che andrebbe invece al più presto ripreso.
Servirebbe una spinta europea per un welfare in grado di promuovere la qualità sul territorio dei servizi per il lavoro e per le imprese, per un governo aperto e condiviso del mercato, a cui legare l’accesso ad ammortizzatori e voucher di primo inserimento (non chiamiamoli salario di cittadinanza!). Servirebbero proposte per il finanziamento e la diffusione di questo modello europeo di governo del mercato del lavoro sul territorio. Vediamo belle esperienze in questo senso condotte in solitario da Regioni e Province. E al tempo stesso tagli alle risorse per i servizi per il lavoro ed una enfasi al ruolo dei soggetti privati che desta sospetti. E’ doveroso tornare su questi temi, oltre la stancante litania Legge Biagi si o no.
In una economia bloccata e da sbloccare è quindi decisivo ripensare al ruolo del sindacato, alle regole della rappresentatività, alle forme e ai luoghi della contrattazione, ai limiti del diritto di sciopero e alla più generale regolazione del rapporto tra economia, rappresentanza e diritti dei lavoratori e dei cittadini (sempre meno coincidenti). Ichino su questi temi offre spunti di grande interesse, logici e praticabili. E dal testo arriva la suggestione di un modo nuovo di intendere il modello cooperativo delle relazioni sindacali, di ripensare la concertazione in termini progettuali, di collegare nuove forme di governo partecipato dei servizi per l’occupabilità ed il rimpiego, di rappresentare i diversi soggetti del conflitto e portatori di interessi.
Ed una delle proposte suggerite, senz’altro eretica vent’anni fa, può oggi invece costituire uno spunto interessante: sostenere una competizione tra le diverse offerte, tra i modelli (più o meno partecipativi) di relazioni industriali e chiamare i lavoratori ad aderire alle sigle sindacali con un chiaro e democratico confronto tra queste modalità di gestione delle relazioni. Una proposta che sembra logica e praticabile, ma che, come ha giustamente notato Michele Salvati sul Riformista, porta come conseguenza lo sviluppo di una contrattazione potenzialmente in deroga ai contratti nazionali o comunque il rafforzamento della contrattazione decentrata ed aziendale.
E’ comunque tempo che un Ministro del lavoro autorevole sostenga e proponga un modello di regolazione della contrattazione locale ed aziendale che trovi Cgil, Cisl e Uil in grado di confrontarsi in modo sereno e positivo. E’ tempo che il dibattito sulle forme ed i luoghi della rappresentanza del lavoro e della sua verifica diventino testi di legge. Partendo da una analisi dei testi e degli accordi che Ichino propone e sui quali è utile un parere dei responsabili Lavoro delle forze politiche e dei segretari delle Confederazioni sindacali.
Con due attenzioni. Il tema della rappresentanza resta ancora vincolato ai luoghi di lavoro. E il lavoro nei non luoghi. Partite iva, nuove professioni, lavori discontinui e modalità di organizzazione e di gestione di quei collaboratori a progetto che spesso sono parte integrante dell’assetto di un impresa. Quale rappresentanza e soprattutto con quali modalità di erogazione? Le modalità di composizione dei conflitti nei luoghi di lavoro spesso sono avvenute in questi anni spostando il conflitto fuori dai luoghi di lavoro, nei non luoghi e nelle forme di varia flessibilità. Su questo punto, quali proposte?
L’impatto delle norme sulle collaborazioni a progetto, il tema della certificazione dei rapporti di lavoro, il governo della discontinuità sul lavoro, i nuovi ammortizzatori sociali, l’accesso alle professioni (da rivedere anche dopo la recente ennesima direttiva europea), i servizi territoriali per il lavoro e la formazione, gli incentivi al lavoro e alle imprese. La spesa strutturale per un welfare che promuova il lavoro. Perché tutto si leghi, da buoni riformisti, tutto ciò che non funziona va rivisto. Con attenzione a quella pluralità e diversità degli interessi che può essere affrontata solo da nuove regole comuni e da diverse politiche pubbliche e della spesa.
Romano Benini
11/01/2006
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