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Come intendono riempire i due schieramenti il bicchiere del lavoro? Un confronto tracciato da Romano Benini
Sui dati del lavoro, in questi giorni di campagna elettorale, si è scatenata la solita bagarre. L’occupazione è calata, ci dice l’Unione. La disoccupazione è calata, ci dice la Casa delle libertà. Tecnicamente è possibile che le due cose accadano, anche contemporaneamente. Basta che una quota della popolazione, per rassegnazione, smetta di cercare lavoro. Oppure che venga computato come occupato chi ha lavorato solo per una settimana in un anno. Come infatti accade. Un solo dato è chiaro: il tasso di occupazione italiano, cresciuto gradualmente dal 1997 e debolmente dal 2001, ci mostra un mercato del lavoro sostanzialmente fermo. L’impatto della legge 30, in questo scenario, non è stato, in verità, ad oggi particolarmente significativo, né in bene né in male. Con un tasso di occupazione del 57%, restiamo molto lontani da quell’obiettivo del 70%, fissato dall’Europa come obiettivo da realizzare entro il 2010.
Proviamo allora a capire dai programmi come i due schieramenti intendono riempire il bicchiere del lavoro.
La linea del centrodestra è piuttosto chiara. Completare la riforma nello spirito della legge 30: enfasi al ruolo dei nuovi soggetti privati, spazio alle agenzie di intermediazione, minor ruolo ai servizi pubblici, spinta verso l’apprendistato agevolato, attenzione alle richieste delle imprese, politiche attive per categorie precise, niente ammortizzatori per tutti. Un welfare snello e poco costoso, attento alla preselezione per le imprese, di intermediazione e di network pubblico-privato. Importanza data agli strumenti informatici e alle tecnologie di scambio dei dati e dei curricula. Restano da completare i nuovi ammortizzatori. Il programma su questo, per ora, è un po’ vago e non c’è cenno alla loro estensione e al legame obbligatorio tra erogazione delle indennità per disoccupati e partecipazione obbligatoria a programmi di politica attiva per tutti coloro che ricevono indennità di disoccupazione o mobilità. Scarso spazio alla funzione del welfare pubblico e alla governance del territorio, a cui si lascia forte autonomia.
La linea dell’Unione è nettamente diversa. Nuovi ammortizzatori per tutti, ruolo forte del welfare locale, regia pubblica e governance sul territorio delle politiche attive, integrazione ovunque tra lavoro, formazione e sviluppo. Importanza delle misure individuali di accompagnamento al lavoro, redditi per l’inserimento e servizi per l’impiego. Il programma dell’Unione è un programma impegnativo, con tanti snodi. Un welfare radicato, con servizi efficienti sul territorio, costa e, nei prossimi anni, verrà meno la quota di cofinanziamento erogata dal Fondo sociale europeo. Anche la radicale riscrittura degli ammortizzatori e la loro estensione prevede un importante investimento e per i soldi, qualche uccellino suggerisce la parola fisco. Asse centrale e condiviso da tutti è il ruolo dei servizi pubblici per l’impiego, non solo per l’intermediazione, ma soprattutto per orientamento e preselezione. Restano gli snodi: come garantire un livello minimo di qualità presente da Nord a Sud, come pagare i dipendenti e gli orientatori, come governare con efficacia dal centro questi servizi, lasciando a regioni e province la giusta autonomia? Qualcuno sta pensando, per questo, a un ruolo diverso della Borsa lavoro, pensata dalla legge 30. Serve, infine, una capacità di assistenza al territorio che il ministero del Welfare, le regioni e le varie agenzie tecniche non hanno saputo o voluto fino ad oggi garantire.
Sul tema degli ammortizzatori sociali e del lavoro discontinuo l’Unione propone di regolare la discontinuità e combattere la precarietà attraverso indennità per chiunque perda il lavoro collegate alla partecipazione ad iniziative per la ricerca dell’impiego e propone, inoltre, di favorire la diffusione di voucher, per tirocini o stage, diretti a giovani inoccupati. Chi gestirà questi strumenti? Forse le province, con i servizi per l’impiego, ma c’è da rivedere la funzione del ministero e delle regioni. Resta ancora lo scoglio sindacale, non da poco. In riferimento ai redditi minimi e ai salari di cittadinanza l’accenno c’è, ma il progetto è vago. Nella versione Treu-Damiano-Turco si può risolvere questo tema nella riforma ed estensione dell’indennità di disoccupazione per chi ha perso lavoro e nella erogazione di forme di sostegno al reddito di cittadini in condizione di povertà ed esclusione sociale, che magari si impegnino in progetti di inserimento al lavoro. Resta un punto: chi eroga i fondi e gestisce i percorsi di inserimento? Reddito minimo, infine, come minimo contrattuale da garantire per il lavoro dipendente. Tema delicato per i criteri di calcolo, i differenziati territoriali ed il parere del sindacato. Sarà forse per un’altra volta.
Romano Benini
22/02/2006
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