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Mettere al centro welfare locale e servizi pubblici per l’impiego
Tanti sono stati i governi che sono riusciti a governare pur con una risicata maggioranza numerica in uno dei rami del Parlamento. Il punto non è la tenuta numerica, se e quando esiste una tenuta politica. Ed è senza dubbio il tema del mercato del lavoro e del welfare locale uno dei punti decisivi per la tenuta politica del prossimo governo dell’Unione. Diamo merito allora a quello che è uno dei pochi buoni risultati di questa campagna elettorale per l’Unione. La capacità di tener desta l’attenzione dell’elettorato sul tema della precarietà giovanile, che il centrodestra ha continuato a negare nonostante l’evidenza dei dati e la percezione della realtà. L’allarme precarietà costituisce uno dei motivi per quella crescita del centrosinistra sulla componente giovanile dell’elettorato che rappresenta un dato in sé molto interessante e una inversione di rotta rispetto a questi anni in cui il sogno berlusconiano ha continuato a far breccia sulle nuove generazioni. Si tratta di un segnale significativo, che mette in luce la prevalenza di timori e di una domanda diffusa che chiede risposte chiare, per evitare quella deriva movimentista alla francese che può portare ad un governo di centrosinistra solo nuove difficoltà.
Va anche considerato il punto di intesa raggiunto dall’Unione sul tema legge Biagi, oggetto spesso di prese di posizione strumentali e di battaglie pregiudiziali all’interno della stessa Unione: il programma del centro sinistra afferma e propone il superamento di questa legge. Un superamento che si traduce in un sostanziale annullamento dell’impianto ideologico della stessa, in quella parte che propone ulteriori forme di contratti precari, e una revisione delle altre parti. Un superamento che dovrebbe spostare l’accento su quelle importanti riforme, prima fra tutte quella degli ammortizzatori sociali e dei servizi per l’impiego, che sono rimaste fuori dalla legge Biagi e sulle quali dovrebbe concentrarsi l’attenzione di tutti. Forse il richiamo al programma potrebbe non bastare per sopire gli animi, ma va dato merito a Treu e a Damiano di aver trovato una buona sintesi politica nell’Unione e di averla condivisa con Rifondazione e le altre componenti. Se l’Unione su tasse, partire Iva e sostegno alle attività produttive fosse stata altrettanto chiara ed attenta forse il nord non sarebbe stato così suggestionato dagli allarmi della destra.
Eppure siamo solo all’inizio e forse è il caso di farsi qualche domanda e di attendere qualche risposta. Il tema del welfare richiede una evidente capacità di moderazione e una sintesi che tenga conto delle contrapposte esigenze di parti sociali sempre in fermento e magari anche di quei lavoratori ed imprenditori che non si sentono rappresentati ed ai quali Berlusconi ha saputo parlare con efficacia, puntando magari più a dialogare con la loro pancia che con la loro testa. Può un ministero del lavoro che sarà chiamato a fare accordi, patti e (si spera!) innovazione, essere affidato a esponenti della sinistra radicale senza che questa scelta non venga vista da molti, sbagliato o meno, come l’affermazione di un governo di parte e sostanzialmente di un welfare a egemonia dell’ala sinistra della Cgil? Rifondazione comunista ed i Comunisti italiani hanno peraltro già oggi in mano buona parte degli assessori al lavoro nelle regioni e nelle province amministrate dal centrosinistra, avendo fatto una coerente scelta di priorità. Può ora la parte riformista dell’Unione provare davvero a considerare il tema lavoro e welfare come un aspetto centrale nella pratica di una sinistra democratica e come il terreno di riferimento di una rinnovata capacità di dialogo e di innovazione? Come possono i Ds pensare di conferire al futuro Partito democratico la migliore elaborazione del socialismo europeo, se non partono da quella innovazione nel welfare e sul lavoro che costituisce il principale risultato delle socialdemocrazie avanzate e non iniziano a praticarla davvero stando al governo?
Il tema della precarietà va ricondotto a regole e strumenti certi per evitare derive sociali che creano tensioni, disagi e soprattutto quella intollerabile divisione tra giovani precari (ormai si tratta degli under 40) e anziani tutelati e rappresentati che ha scaldato, in queste settimane, la Francia e che non mancherà di riguardare anche il nostro Paese. Eppure, siamo sicuri che il problema e la sua risposta stiano sempre nelle leggi totem e tabù del dibattito politico? Le leggi orientano e stimolano, possono favorire e possono limitare, ma non creano di per sé i fenomeni economici, almeno finché siamo in un’economia di mercato. E’ razionale dire che la legge Biagi ha stimolato la maggiore precarietà di questi anni (insieme soprattutto alla liberalizzazione del tempo determinato), ma è sbagliato sostenere che la maggiore precarietà sia frutto di una legge e non di imprese deboli e di un’economia diffusa che è precaria in sé e sui mercati, e non solo per la piccola dimensione media delle aziende italiane. Allo stesso modo, è assolutamente irragionevole pensare il contrario: imporre la stabilità del lavoro con leggi e decreti. La legislazione, anche in questo caso, può solo premiare e orientare, non imporre. L’ex ministro Maroni e i suoi ufficiali, per esempio, consegnano al prossimo governo delle circolari di regolamentazione dei contratti a progetto che di fatto limiterebbero molto la possibilità di ricorrere a questo tipo di contratto che è diffuso, non solo impropriamente tra i giovani dei call center, ma anche e più propriamente tra i professionisti dei nuovi lavori, ai quali sarebbe il caso di chiedere cosa ne pensano del prossimo giro di vite e dell’aumento del carico contributivo promessi loro dall’Unione e che di fatto si risolvono comunque in meno soldi nel concreto a disposizione. Vedremo se questa linea proibizionistica sul lavoro a progetto, promossa ora sembra anche da Maroni, produrrà davvero più lavoro dipendente o invece l’apertura di altre migliaia di partite Iva per i più forti e la fuga nel lavoro informale e nero per i più deboli. E’ buona regola, nel diritto, valutare sempre gli effetti indotti dalle norme; il formalismo fa male al riformismo.
Per uscire dall’inutile ed asfittico dibattito su modalità contrattuali e libertà di licenziamento forse il centrosinistra dovrebbe dare corpo, fino in fondo, alla suggestione più interessante e al tempo stesso fino a oggi meno ‘vendibile’ del suo programma: il rilancio del welfare locale per il lavoro e dei servizi per l’impiego a guida pubblica. Creare ovunque servizi di orientamento, di formazione e di incontro tra domanda e offerta a guida pubblica. Proporre ai soggetti del privato sociale e alle cooperative un patto strategico per l’occupabilità delle persone svantaggiate. Appoggiare, su questo sistema, nuovi ammortizzatori sociali riformati e non più assistenziali, con indennità per l’inserimento al lavoro e per la formazione generali, automatiche e non contrattate, da erogare per i disoccupati che si impegnano a rientrare nel mercato del lavoro attraverso programmi mirati. Mettere il territorio e le comunità locali al centro del lavoro, come nel resto d’Europa. Per dare strumenti di scelta e spazi di libertà per le nuove generazioni, per creare una sicurezza che è fatta di opportunità e non solo di protezione. Questa è la parte più interessante del programma dell’Unione: quella da cui ripartire.
Romano Benini
28/04/2006
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