Il punto non è la Biagi. Serve più sussidiarietà

Il tema di quale sorte il governo intenda dare alla legge Biagi sul mercato del lavoro costituisce per chi si occupa realmente di creazione di impiego un argomento non particolarmente interessante. Diciamo una perdita di tempo. Per chi invece si occupa di politica e di sindacato si tratta di un tema importante, delicato e scivoloso, che si gioca quindi su congiuntivi e aggettivi. Diciamo un terreno di confronto. Questo dà l’idea di come la strumentalità e il gioco delle parti siano da sempre maestre di quel gioco di posizione che fa tanto vecchia la politica e di cui dovremmo al più presto liberarci. Soprattutto nel centrosinistra.

Nei giorni scorsi, il sindaco di Roma, all’inaugurazione di una via della capitale dedicata allo scomparso giuslavorista, ha ricordato l’importanza dell’opera e del messaggio del professor Biagi, alla presenza dell’ex ministro Maroni e di molti esponenti del centrodestra. Il messaggio è tutto politico e non riguarda più di tanto il merito del provvedimento che porta il nome di Biagi: il welfare ha bisogno di innovazione e di attenzione alla regolazione delle nuove forme di lavoro e l’impegno di chi opera in questo senso è importante per tutti. Negli stessi giorni, la provincia di Roma ha dato alle stampe un lavoro di ricerca che mostra come la legge Biagi a Roma sia stata poco attuata ed abbia prodotto scarsi risultati. Le imprese non hanno particolarmente utilizzato le nuove forme di lavoro flessibile e la crescita della precarietà si deve soprattutto alla liberalizzazione dei rapporti a termine introdotta dal governo Berlusconi.

Dati analoghi sono in arrivo da Milano e da altre rilevazioni e persino alcuni esponenti di Confindustria, come il dottor Cipolletta, quando entrano nel merito dell’impatto della legge 30 confermano come questo provvedimento non abbia sortito particolari effetti: le nuove tipologie flessibili non sono particolarmente richieste e altre parti della legge sono poco attraenti e apprezzate perché sono calate dall’alto e non si appoggiano a una pratica di concertazione e di governance con il territorio (anche se si tratta di misure interessanti come la borsa nazionale del lavoro, le agenzie sociali o il sistema di certificazione dei rapporti di lavoro). Se la politica si allontana dal merito e dalla valutazione dei risultati, il rischio è sempre che il riformismo si azzoppi e che prevalga la pratica delle posizioni pregiudiziali. Il prossimo ministro del Lavoro, per evitare questa trappola insidiosa e impegnare il suo tempo in modo utile, potrebbe allora considerare altri punti di vista, poco presenti nel dibattito sulle prime pagine dei giornali, ma molto sentiti da chi sul territorio opera per promuovere occupazione e servizi per il lavoro e la formazione.

Il punto di partenza per una politica del lavoro condivisa ha forse a che vedere con due parole, poco praticate in questi anni: concertazione e sussidiarietà. Perché la concertazione non sia un rituale utile a far rimbalzare consunti veti incrociati è proprio la pratica congiunta della sussidiarietà il terreno che può rendere fertili le nuove politiche del lavoro. Se per sussidiarietà intendiamo la capacità di tenere insieme periferia e centro, politiche, leggi e servizi, soggetti pubblici e privati, economia e sociale, in un governo del lavoro in grado di dare efficacia alle regole ed efficienza agli interventi, appare evidente come le leggi del centrodestra, anche quelle più opportune, abbiano spesso fallito proprio in sussidiarietà. In questi anni proprio il welfare e il lavoro, che si promuovono con risorse e poteri decentrati alle regioni e alle province, sono state la prova di questo deficit di sussidiarietà e di raccordo tra politiche nazionali e territorio. Una mancanza che il nuovo governo è chiamato rapidamente a recuperare.

L’indifferenza al territorio e ai servizi locali per il lavoro ha prodotto in questi anni danni enormi. Il ministero del Welfare ha rinunciato ad accompagnare la qualità dei servizi per l’orientamento, la formazione e il lavoro, che si presentano oggi ai nostri giovani come sistemi tra loro divisi, con opportunità diverse da provincia a provincia. La legislazione regionale sul mercato del lavoro è quanto di più diverso si possa immaginare, con politiche attive e strumenti di governo della formazione professionale disomogenei e che non dialogano. Le buone esperienze di alcuni territori non sono state più di tanto trasferite in altri territori e realtà. Abbiamo regioni che sanno spendere e programmano interventi di welfare europeo (come le Marche e la Toscana), integrando la formazione e il lavoro, e altre come la Calabria che non riuscendo a spendere, per evitare il disimpegno delle risorse, dirottano i soldi sul lavoro ai progetti che non hanno nulla a che vedere con l’occupazione. Abbiamo regioni che decentrano funzioni e risorse e collaborano con le province alla gestione di servizi innovativi, altre che ignorano ogni rapporto con le altre autonomie locali.

Sull’integrazione territoriale tra lavoro, formazione e servizi sociali siamo in ordine sparso. Serve una regia nazionale, una capacità di indirizzo e di programmazione che eviti gli sprechi. La mancanza di attenzione al territorio ha persino portato alla proliferazione di progetti di politica attiva e di interventi fotocopia: spesso le regioni promuovono azioni e strumenti che intervengono sugli stessi soggetti e con gli stessi metodi di analoghi strumenti nazionali promossi dal ministero del Welfare attraverso le sue agenzie tecniche. Questa duplicazione di azioni avviene oggi persino sugli ammortizzatori sociali. Un bello spreco. La mancata sussidiarietà sulle politiche del lavoro e l’assenza di una regia nazionale per le politiche attive impedisce al nostro ‘welfare to work’ di avere una compiuta dimensione nazionale, ai servizi per l’impiego di avere una qualità condivisa, alla formazione di promuovere opportunità che rispondano alle esigenze delle imprese, agli ammortizzatori sociali di essere usati in modo attivo e non assistenziale.

Tutti concordano oggi come la riforma degli ammortizzatori costituisca il vero snodo per dare riferimento al lavoro discontinuo e per regolare la flessibilità, evitando la precarietà come condizione di riferimento. Questo è il tema su cui si misurerà presto la capacità del nuovo governo, al di là dei dibattiti teorici. E’ evidente che queste riforme, attese da anni, passino attraverso strumenti che per i cittadini si dovranno presentare come diritti automatici e quindi attraverso la capacità di avere sul territorio servizi per l’orientamento, la formazione e il sostegno al lavoro diffusi, efficaci e di qualità omogenea. Servizi in grado di gestire e ben utilizzare i nuovi ammortizzatori, i voucher per la formazione e le indennità di inserimento, magari finalmente in rapporto con un privato sociale specializzato e attento alle fasce più deboli della popolazione. Questo sta scritto nel programma dell’Unione e questo è possibile solo se si mette mano a interventi che ridiano centralità nelle nostre politiche del lavoro al tema della sussidiarietà e del rapporto con il territorio.

Romano Benini


22/05/2006
 
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