Società dis-connesse. La sfida del digital divide

Gli eccezionali progressi compiuti nel campo delle ICT negli ultimi decenni hanno configurato un profondo mutamento di paradigma a livello globale. Fattore critico per lo sviluppo economico, sociale ed umano delle società contemporanee, le nuove tecnologie informatiche concorrono sempre più allo sviluppo della produzione, del lavoro, del commercio e dell’istruzione. Il processo di digitalizzazione e l’estensione progressiva del cyberspazio sono dunque processi che travalicano ampiamente l’informatizzazione, inaugurando piuttosto una nuova era, come pure è stato scritto, l’era dell’accesso. Ma è in queste stesse parole che si rappresenta paradigmaticamente la frattura sociale fra coloro che hanno accesso (have) e facoltà d’uso delle nuove tecnologie e coloro che ne sono esclusi (have nots).

Il digital divide, allora, non è solo una delle tante etichette alla moda per segnare il passo tecnologico ed economico dei nostri tempi, ma diventa la vera discriminante politica e culturale della nuova struttura sociale, non senza derive e manipolazioni ideologiche.

E’ questa la linea di fondo seguita da Roberta Iannone, ricercatrice romana e docente di sociologia generale all’Università de L’Aquila, nel suo ultimo libro Società dis-connesse. La sfida del digital divide (Armando, 2007). Anziché sposare l’orientamento dei “tecnoutopisti”, gli integrati che preconizzano scenari non discriminanti, o al contrario, dei “tecnodispotici”, gli apocaliticci che ne demonizzano ogni possibile esito, l’Autrice indaga da vicino le condizioni sociali, le scelte politiche e gli orientamenti culturali che, di fatto, e al di là degli schieramenti di principio, “fanno” il digital divide e le sue eventuali sperequazioni. Se nuove potenzialità tecnologiche sono sempre e inevitabilmente sinonimo di nuove asimmetrie e la loro storia non può che essere iniqua, intrappolare la complessità delle disuguaglianze tecnologiche significa riconoscerle, non velarle di ideologia, e distinguere il mondo digitale in tutte le sue manifestazioni più concrete e diversificate, senza strumentalizzazioni di sorta.

Così si scopre che il digital divide è geografico e territoriale, fisico e infrastrutturale, economico e finanziario, individuale (vale a dire ancorato alle capacità cognitive ed operative del singolo) e sociale (perché legato alle differenze di gruppo, di genere e di generazione); è politico perché le fratture non sono quasi mai oggettive e spesso sono il risultato di scelte di politica economica e di mercato, ma soprattutto è culturale perché ha a che fare con una serie di fenomenologie simboliche ed ideologiche. Prima fra tutte l’iperbole del tecnopolio con la sua colonna portante che è lo scientismo, quale sistema coordinato di credenze consistente nella deificazione della tecnica e che associa la felicità all’inclusione nel progresso tecnologico e l’infelicità alla sua esclusione. Ma anche l’ideologia della comunicazione quale forza assoluta e onnipresente, la nuova bacchetta magica dei nostri tempi, e il mito dell’orizzontalità in luogo della verticalità. Quasi che l’orizzontalità delle reti possa escludere la problematica del potere e delle responsabilità anziché ribadirne la forza che è proporzionale alla loro più difficile visibilità. E’ per questa via che, si dice, Internet sostituisce le gerarchie con i network e le reti divengono facilmente il vaso di Pandora dell’empowerment del cittadino. Altro mito, quest’ultimo, che viene enfatizzato in nome di una società civile che organizza se stessa e che, imprenditrice del suo destino, può anche fare a meno della politica. Ma ad imporsi su tutte le ideologie c’è soprattutto quella della connessione quale sinonimo di coesione, altro abbaglio culturale che il senso comune tende a veicolare oltre modo, se solo si pensa alle scarse capacità di amalgama che il mondo virtuale garantisce. Ci si dimentica, in questo modo, che l’integrazione, per esistere anche a un livello minimale, ha bisogno di sintesi. Internet è invece forse il portato tecnologico che maggiormente riproduce, al suo interno e come uno specchio, la complessità del sociale ma non la sintetizza e, così facendo, si pone come uno strumento che unisce (piccole comunità e vere e proprie enclaves di particolarismo) e divide al tempo stesso (atomizzazione anonima e depersonalizzata del tessuto sociale). Esso azzera quasi per definizione la possibilità di un senso complessivo allontanandosene oltre modo o, al contrario, avvicinandosi eccessivamente ai troppi sensi particolari. L’unica sintesi che realizza è quella di tipo commerciale, nel segno, forse non a caso, di un’altra ideologia, l’economicismo.

Se, dunque, ogni sistema fabbrica i propri esclusi, bisogna capire rispetto a cosa si è “fuori”. Quali sono le categorie e le classificazioni che fungono da criterio per la “selezione” degli inclusi nel mondo digitale. L’impressione è che il mondo digitale veicoli una società della sorveglianza come voleva George Orwell, ma soprattutto nel nuovo e più pregnante significato di società della classificazione descritta da Rodotà. Una società, cioè, attenta non tanto ad ostacolare il comportamento deviante, come accadeva un tempo, quanto a incoraggiare il comportamento conforme che in questo caso è omologazione a una idea di progresso scientifico di livello sistemico cui non è detto che corrispondano forme di crescita umana, sociale e civile. Il tema del digital divide per l’Autrice evoca dunque questioni importanti e incoraggia, almeno a livello analitico, a comprendere le dinamiche delle società occidentali nella tarda modernità.


13/11/2007
 
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