Occupati e disoccupati: cosa aspettarsi dal prossimo governo sul mercato del lavoro e cosa servirebbe

Il tema con cui le forze politiche si sono confrontate con il mondo del lavoro in queste ultime consultazioni politiche è denso di significato. Ci aiuta a capire l’esito del voto.

La capacità della Lega Nord di recuperare e di orientare a sé il dissenso di parte del lavoro dipendente verso le scelte del governo Prodi, a danno soprattutto della Sinistra radicale, costituisce un dato di fondo, che è oggetto di molte valutazioni e che motiva l’azzeccata scelta di Berlusconi di dare a questo partito tanta autonomia.

Non bisogna stupirsi: dalla sua costituzione il movimento leghista ha saputo recepire le istanze dei ceti popolari del Nord e di una parte consistente del mondo del lavoro dipendente. Questo è avvenuto negli anni senza alcuna reale intermediazione sindacale. La Lega Nord si rivolge direttamente al lavoratore senza chiedere il permesso alle forze sindacali tradizionali e considerando il lavoratore non come appartenente ad una classe sociale, ma semmai ad un territorio, ad una aggregazione locale. Si tratta di un approccio che ha sempre portato frutti, soprattutto se si esce da una fase di governo di centro-sinistra. Il continuo lamento delle forze della sinistra sindacale sulle scelte di Prodi e la posizione di parte della dirigenza sindacale (per esempio la Fiom) ha certo contribuito poi a creare un clima sfavorevole al PD, in cui frutti di dissenso li ha raccolti la Lega. Non poteva essere altrimenti. E’ già successo in passato, il punto per il PD è che continua a ripetersi. Nel PD il lavoro dipendente resta invece rappresentato esclusivamente dai suoi intermediari sindacali. Forse troppo saggi per portare voti e troppo intermediari per rappresentare direttamente il volto del lavoro che cambia.

E’ interessante e invece poco riconosciuto lo sforzo del PD di recuperare il rapporto con il mondo del lavoro autonomo e in particolare con il lavoro artigiano. Un rapporto che si è andato via via logorando negli anni dei governi del centro-sinistra, con scelte sbagliate ancora prima nel metodo (l’asse governo-sindacati amici e Confindustria) che nel contenuto. Veltroni ha capito bene la necessità di dover riconoscere tutte le componenti del lavoro. La mossa di aprire le porte del PD ai rappresentati di artigiani e commercianti rappresenta una innovazione sociale ben maggiore rispetto ai volti dei giovani rappresentanti delle famiglie proprietarie di grandi imprese. Un’innovazione tutta veltroniana, che ha forse limitato i danni, ma non ha ancora portato frutti. Ci vorrà ancora tempo perché questa scelta convinca lo scettico e concreto mondo dei nostri artigiani e commercianti. E’ però un sentiero obbligato, anche se avviato con un certo ritardo storico.

I programmi con cui le principali forze politiche hanno affrontato le ultime elezioni politiche ci dicono qualcosa rispetto agli interventi rivolti al mondo del lavoro dipendente e autonomo e ci dicono poco rispetto agli interventi rivolti ai disoccupati e sul mercato del lavoro. L’impressione è che chi ha detto qualcosa, come la Sinistra radicale, abbia detto cose vecchie e poco apprezzate. Le due coalizioni più importanti in realtà si sono scoperte poco, con programmi in parte simili e in parte ancora da definire. Sinistra radicale: pesanti trasferimenti fiscali a favore del lavoro dipendente e lotta alla precarietà con l’eliminazione della stessa tramite decreto legge. Idee poco realistiche e credibili.

Il tema della perdita del potere d’acquisto da parte del lavoro dipendente è affrontato da PDL e PD con un occhio al carico fiscale: detassazioni per il PDL, detassazioni e aumento di stipendio con gli attesi rinnovi contrattuali per il PD. Il tema dell’adeguamento delle pensioni al costo della vita costituisce poi un ulteriore aspetto, che richiede davvero misure drastiche e costose, su cui l’impegno elettorale del PDL è sembrato meno convinto rispetto a quanto affermato dal PD. La strada delle detassazioni e decontribuzioni costa e da sola non produce effetti se non si lega a una politica economica e finanziaria più complessiva e a una riforma del salario. Resta poi il tema dei rinnovi contrattuali per le tante categorie che da anni attendono risposta. Non bastano le risorse del tesoretto per avviare una seria politica di recupero del valore dei salari. Servirà una strategia di dialogo sociale e il governo Berlusconi ha bisogno di avere il giusto atteggiamento con le parti sociali. Non è un caso che proprio dalla Lega di lotta e di governo sono arrivati i primi segnali di disponibilità al dialogo con i sindacati e di rasserenamento del clima. Servono però anche risorse, programmi ed idee nuove.

Non sempre bastano i bonus fiscali. Il nuovo governo non toccherà lo scalone. Eppure, la fuga dal lavoro dei neopensionati del Nord costituisce una spina al fianco dei conti pubblici e del tasso di occupazione. L’incentivo alla permanenza al lavoro per i pensionati introdotto tempo fa dal ministro Maroni e soppresso dal Governo Prodi non aveva sortito gli effetti sperati. L’invecchiamento attivo, ignorato dai programmi, resta invece una priorità e serve una strategia che vada anche oltre i bonus.

Nel paese con il più basso tasso di occupazione d’Europa, non sembra che siano invece circolate per la creazione di nuovo lavoro idee significative in campagna elettorale e i programmi non si distinguono per originalità. Tranne per la solita Sinistra Arcobaleno, che ha proposto il salario minimo per tutti i disoccupati. Senza servizi per l’impiego funzionanti che ti obbligano a cercare lavoro, il salario minimo diventa una misura assistenziale. Poco credibile.

Resta comunque piuttosto assente dai programmi delle due coalizioni proprio il tema più sentito in Europa: come intervenire in caso di discontinuità sul lavoro. L’idea forte del Popolo della libertà è il potenziamento della Borsa nazionale del lavoro. Si tratta del sistema, voluto dal professor Biagi, avviato nel welfare scandinavo e diffuso in Europa, di orientamento e ricerca del lavoro tramite Internet attraverso banche dati on line a cui le aziende devono fornire le indicazioni sulle loro richieste. Questo sistema è già stato avviato negli anni scorsi e sostanzialmente si è realizzato solo in alcune regioni. Il nuovo ministro del Lavoro per affrontare questa parte del programma deve però affrontare gli stessi snodi relativi ai servizi per l’impiego che il governo Prodi non è riuscito ad affrontare: allineare Regioni e Province su standard nazionali di qualità dei servizi per il lavoro; obbligare le imprese a comunicare effettivamente ai centri per l’impiego le disponibilità sul lavoro; dare ai centri per l’impiego la funzione di riferimento sul territorio per chi cerca lavoro e lavoratori, con adeguati sistemi informatici; collegare l’erogazione di indennità per chi perde il lavoro alla partecipazione obbligatoria a iniziative di politica attiva, gestite da servizi pubblici o privati accreditati sul territorio.

Si tratta del modello europeo di welfare per il lavoro. Nonostante la legislazione di questi anni, realizzarlo da noi non è impresa semplice e non è un caso se non ci siamo ancora arrivati. Eppure, per promuovere nuova occupazione è necessario che all’economia che cresce si sappia collegare un mercato del lavoro che funzioni. I poteri e le risorse sul mercato del lavoro sono in Italia sostanzialmente in mano alle Regioni, che hanno anche la possibilità di costruire sistemi diversi e autonomi. In questi anni si è costruito sul lavoro un sistema a base regionale ed oggi abbiamo quindi venti diversi sistemi.

Il funzionamento dei mercati del lavoro richiede poi un rapporto tra le Regioni, che programmano, e le Province, che dovrebbero promuovere il sistema dei servizi sul territorio. In un sistema che funziona le Province hanno un ruolo chiave. Sulle competenze e sul ruolo delle autonomie locali nel governo dell’economia e del mercato del lavoro andrebbe oggi avviata una riflessione. Il federalismo non si risolve nel regionalismo.

In Europa i modelli di welfare per il lavoro che funzionano sono infatti su base federale, nella governance tra Regioni ed autonomie locali, e permettono l’erogazione di indennità e bonus per chi cerca il lavoro e partecipa a programmi individuali promossi dai servizi e gestiti da operatori accreditati, pubblici o privati. Arrivare a questo risultato anche da noi è importante: per eliminare l’uso assistenziale degli ammortizzatori e delle indennità (con un risparmio di almeno il 20%), per abituare chi perde il lavoro a partecipare a interventi di reimpiego, per promuovere politiche attive del lavoro per tutti e non solo per gli espulsi dalla grande impresa industriale. Completare le riforme del lavoro con la riforma degli ammortizzatori sociali dovrebbe comportare proprio queste scelte. Vedremo già nei prossimi mesi se sarà così.

Romano Benini


02/05/2008
 
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