Il governo alla ricerca del welfare che non c’è

di Romano Benini

In questi primi giorni la ripresa del confronto politico sul tema del lavoro ha riguardato in primo luogo quella che è stata la priorità anche del precedente governo: il basso potere d’acquisto dei salari. Il lavoro dipendente della nostra industria declinante e il sovrabbondante ceto impiegatizio hanno ripreso il loro posto centrale nel dibattito sui salari e sulle politiche del lavoro. Eppure, da anni il lavoro è anche e forse soprattutto altro. Lavoro a termine, lavoro autonomo, lavoro a progetto. Lavoro discontinuo, precario e lavoro di chi rischia. Per non dimenticare quella condizione di disoccupato in cui proprio questi lavoratori rischiano di ricadere con più frequenza . Anche dopo i quarant’anni.

Per intervenire sul problema della discontinuità del lavoro, il nuovo ministro del Welfare Sacconi ha ribadito la necessità di operare per portare a termine gli interventi già impostati con la legge Biagi: sostenere il sistema dei servizi per l’impiego, riformare ed estendere gli ammortizzatori sociali, potenziare la Borsa del lavoro e le politiche attive, realizzare una strategia per l’invecchiamento attivo che non lasci solo chi perde il lavoro dopo i cinquant’anni. Sono punti importanti, che si pongono in parte in continuità con le misure condivise dal precedente governo con le forze sociali (Protocollo del Welfare) e rimaste al palo per la repentina caduta del governo Prodi. Come bene ha fatto notare il professor De Rita, le risorse non mancherebbero, visto che siamo all’avvio della nuova programmazione dei fondi europei, che distribuirà risorse per sostenere i servizi e le politiche del lavoro e della formazione proprio nei nostri territorio più in difficoltà. Eppure, se il percorso è chiaro e le ricette pure, è il caso che il nuovo Ministro rifletta bene sulle cause di fondo che hanno comunque impedito in questo periodo, a cinque anni dalla riforma Biagi, di migliorare in modo sostanziale l’efficacia e la qualità delle nostre politiche attive e degli strumenti a sostegno di chi vive la discontinuità sul lavoro.

Non abbiamo un welfare nazionale. La possibilità di accedere a una opportunità formativa tramite i centri per l’impiego varia da un 80% nei centri del Nord-Ovest a meno del 30% nel Sud. La capacità di conoscere i fabbisogni professionali delle imprese cambia sostanzialmente non solo da Regione a Regione, ma anche tra le Province di una stessa Regione. Il patto di servizio richiesto dalla legge che lega un intervento di reimpiego al comportamento attivo del cittadino è presente in più del 70% dei servizi per il lavoro nelle Province del Centro Italia e in meno del 30% nelle Province del Mezzogiorno. Ci sono centri per l’impiego pubblici che intermediano il 20% delle opportunità di impiego presenti sul territorio, molti altri ne intermediano meno del 4%. La stessa capacità dei sistemi territoriali del lavoro di recepire la legislazione nazionale non è affatto uguale ovunque.

Le riforme del mercato del lavoro in questi anni dovevano promuovere un effettivo governo del territorio, in cui Regioni ed enti locali facessero rete e sistema dando servizi alle imprese, a chi cerca lavoro e a chi cerca lavoratori. Ci troviamo di fronte invece a sistemi regionali sostanzialmente diversi, che non dialogano tra loro, che integrano poco le politiche per il lavoro, la formazione, la promozione sociale e che in ogni caso non costituiscono un sistema nazionale come tale presentabile all’Unione europea. Tant’è che gli standard nazionali dei servizi per l’impiego sono ancora quelli di otto anni fa. Durante il governo Prodi il tentativo di definire una strategia complessiva sui servizi per il lavoro che tenesse insieme Governo, Regioni e territorio non a caso non si è compiuto. Il nodo di fondo resta questo. Perché ancora oggi in Italia nascere a Parma, Roma o Reggio Calabria significa accedere a servizi, strumenti e opportunità per il lavoro e la formazione del tutto diversi per qualità e utilità. In genere, in Italia gli orientatori dei servizi per il lavoro, che sono chiamati a dare consulenza ai precari e ai disoccupati, sono precari loro stessi.

Non abbiamo un welfare per il lavoro. Il welfare che l’Europa ci chiede e che le riforme (dal Pacchetto Treu alla Legge Biagi) del lavoro sostengono è quello indirizzato alla promozione del lavoro. Non può che essere così, in un paese che ha il record negativo in Europa per tasso di occupazione. Non potrà che essere così, in una situazione economica in cui la discontinuità sul lavoro resta presente e non si può certo pensare di cancellarla per decreto. Eppure, ancora oggi la maggior parte di chi in Italia perde lavoro e riceve una indennità non è nei fatti obbligato a partecipare ad iniziative per rientrare nel mercato del lavoro. La legislazione regionale in questi anni ha poi promosso l’erogazione di misure di assistenza sociale e redditi minimi del tutto scollegati alla partecipazione a iniziative per l’inserimento al lavoro o quantomeno per il miglioramento dell’occupabilità. Persino alcuni programmi del ministero del Welfare per il reimpiego dei disoccupati prescindono da un’attenta verifica delle capacità e delle competenze di chi cerca lavoro. A volte sembra che le imprese vadano da una parte e il welfare vada decisamente dalla parte opposta. In questi anni, mentre gli altri paesi europei progettavano, promuovevano e finanziavano efficaci politiche attive del lavoro, noi non abbiamo creato ovunque un sistema in grado di fare e gestire questo tipo di politiche. Tant’è che la nostra percentuale di finanziamento di politiche attive per il lavoro rispetto alle tradizionali politiche passive è tra le più basse d’Europa.

Eppure, la strada è tracciata: senza sistemi di servizio e di governo territoriale del mercato del lavoro e della formazione non può esserci sviluppo. In questi anni, lentamente si sono avviati nuovi servizi per il lavoro, pubblici e privati, che provano a rispondere a una domanda che cresce. Gli interventi di politica attiva nei prossimi anni saranno determinanti, soprattutto per contrastare la discontinuità sul lavoro e sostenere l’invecchiamento attivo e il passaggio generazionale. La riforma degli ammortizzatori sociali, da anni rimandata, che il nuovo governo dovrà necessariamente fare può funzionare se riesce a innescare il meccanismo del welfare per il lavoro: chi perde l’impiego ha diritto a una indennità, che viene erogata sole se partecipa a iniziative per il rientro al lavoro, promosse dai servizi per l’impiego. La condizione perché questo avvenga è che tutti coloro che operano sulle politiche del lavoro (Ministero, Regioni, enti locali, forze sociali, mondo della formazione e dell’Università, agenzie per il lavoro) convergano su queste scelte di fondo. La programmazione dei fondi europei per le politiche del lavoro del periodo 2007-2013 sarà l’ultima. Non possiamo perdere questa strada.


27/05/2008
 
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