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Censis: lavoro oltralpe per quasi 12mila neolaureati
“Nel 2006 più di 11.700 neolaureati hanno trovato lavoro all’estero”. Lo afferma Ester Dini, ricercatrice del Censis e autrice dello studio presentato a Roma in occasione del World Social Summit, in un’intervista rilasciata al ‘Corriere della Sera Magazine’. “Non si tratta di un fenomeno di massa - spiega - ma comunque rilevante e in crescita. In passato, lo avremmo chiamato ‘fuga di cervelli’. Oggi non è più così. Si tratta di un sano processo di internazionalizzazione. I giovani italiani - afferma - vanno all’estero, come i coetanei degli altri paesi, per mettersi in gioco”. Non sarebbe l’unico fattore determinante, quindi, a dire della ricercatrice, il fatto che all’estero si guadagni in media il 30-40% in più, poiché “ciò che prevale in loro è lo spirito di avventura e la voglia di sentirsi cittadini del mondo”.
Secondo quanto rilevato dallo studio, quasi il 35% dei giovani emigranti italiani in cerca di lavoro ha una formazione letteraria-linguistica, preparazione che meglio predispone al confronto con differenti società e culture. Sono comunque il 28,7% i neolaureati con l’indirizzo economico-statistico che hanno ottenuto un posto oltre confine. “Siamo abituati - spiega Dini - a guardare la globalizzazione solo dalla parte degli altri e giudicarla negativamente pensando agli immigrati che vengono nel nostro Paese. In realtà, dovremmo predisporci a una percezione positiva, soprattutto nei confronti di questi giovani che desiderano sentirsi parte della trasformazione del mondo”.
Inoltre, secondo la ricerca, l’invio del curriculum tramite internet, pratica utilizzata da un neo-assunto su quattro, vincerebbe su altre pratiche diffuse in Italia per trovare lavoro, come conoscenze e raccomandazioni. Di grande importanza, comunque, resta la scelta della destinazione, determinata soprattutto dalla conoscenza del candidato delle lingue straniere. “Londra resta in testa alle preferenze dei giovani, ma in crescita c’è soprattutto la Spagna, mentre in declino è l’appeal della Francia. Gli Stati Uniti continuano a essere una destinazione di nicchia riservata all’eccellenza”. Ma, come mette in guardia Ester Dini, dopo i primi periodi di carriera rapida e gratificante, “le prospettive di crescita professionale possono chiudersi all’improvviso. In un mercato come quello anglosassone, per esempio, c’è il rischio di consumarsi molto presto, di essere buttati fuori dal lavoro già a 35 anni”.
Il livello di precarietà, secondo i dati, non sembra così diverso. Ma, come commenta la ricercatrice del Censis, “in Italia il mondo giovanile è penalizzato dal precariato e dal basso reddito. La precarietà di per sé non è negativa, ma lo diventa per come viene vissuta. Le stesse aziende alimentano una dinamica di inaffidabilità del lavoratore e viceversa, penalizzando entrambi. E la mancanza di fiducia si manifesta con la bassa retribuzione. Il risultato sono giovani flessibili senza alcuna capacità contrattuale e costretti a subire”.
Il lavoro all’estero, dunque, deve essere sentito come un’occasione per mettersi alla prova, per conoscere nuove culture e per farsi un’idea di come funziona il mercato del lavoro negli altri paesi. Nel caso, poi, in cui si voglia rientrare in Italia, non si potrà che essere portatori di maggiore consapevolezza e di un valore aggiunto, impagabile, che è quello dell’esperienza.
03/10/2008
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