Mercato del lavoro, non c’è una strategia

“Le rilevazioni di questi mesi sullo stato di salute del nostro mercato del lavoro sono chiare. L’occupazione cresce di poco, con una richiesta di nuovi lavoratori che riguarda sostanzialmente i tecnici specializzati per le piccole imprese del Centro-Nord. Restano gravi problemi di fondo, che ogni governo ormai da alcuni anni eredita dal precedente, e che riguardano aspetti strutturali del nostro mercato del lavoro, incapace di affrontare queste tendenze ed invertire la rotta. Il divario tra le professionalità e la capacità del nostro sistema formativo di prepararle resta grave, determina quel paradosso italico per cui nella stessa area possono aumentare i giovani che cercano lavoro e le imprese che non trovano lavoratori”. E’ quanto afferma Romano Benini, direttore Sviluppo e strategie di Labitalia, in un commento pubblicato nei giorni scorsi su ‘Il Riformista - Le nuove ragioni del socialismo’.

“Due sono i dati sottovalutati - prosegue - e che spiegano più di ogni altro le difficoltà. Aumenta infatti la percentuale di disoccupati con più di quarant’anni di età e cresce quindi la presenza sul mercato di disoccupati over 50 ritenuti non più collocabili. Aumenta inoltre il divario in termini di opportunità tra i territori: lo squilibrio occupazionale tra le Regioni italiane non ha eguali in Europa. Come sistema nazionale siamo molto lontani da alcuni tra gli obiettivi fondamentali che la strategia di Lisbona ha posto agli Stati europei per il 2010, tra cui tasso di occupazione, invecchiamento attivo, occupazione femminile ed omogeneità territoriale”.

“Il problema del lavoro - avverte Benini - si trova da anni al primo posto nell’attenzione della nostra opinione pubblica. I media invece ne parlano poco e il tema lavoro è da sempre più un pretesto per litigi pregiudiziali che l’occasione per un confronto reale su programmi e strumenti. Fa notizia la sorte di Alitalia, ma le migliaia di imprese in crisi e i rapporti di lavoro privi di ammortizzatori e che non si rinnovano non fanno abbastanza notizia”.

“Il precedente governo con il Protocollo sul Welfare, e l’attuale, con il Libro Verde, conoscono bene questi temi - sottolinea - e hanno avviato confronti e tavoli. Eppure i poteri, le responsabilità e le risorse per intervenire non sono solo nelle mani di chi siede al governo nazionale. Da anni in Italia esiste un federalismo forte e reale, avviato più di dieci anni fa dall’allora governo Prodi, che affidò molti poteri e risorse per il governo del mercato del lavoro alle Regioni e agli Enti locali. I governi successivi hanno sempre confermato e rafforzato questo decentramento. A Regioni ed enti sono attribuiti più del 90% dei fondi, in buona parte europei, per il lavoro e la formazione in Italia. Il principio è giusto: nel Paese delle diversità e dei tanti mercati del lavoro è opportuno che poteri e risorse stiano vicino ai cittadini, così come le responsabilità per un corretto utilizzo. E’ però utile osservare da vicino le conseguenze di questo modello di federalismo concreto e chiedersi cosa si possa ancora fare”.

“In questi anni - ricorda Benini - le Regioni italiane si sono date regole e strumenti, hanno finanziato il sistema della formazione professionale, hanno avviato i servizi per il lavoro e promosso politiche attive. I risultati sono evidenti: le Regioni che stavano meglio hanno potuto sostenere la crescita con adeguate politiche e strumenti per il lavoro; le Regioni con più difficoltà economiche e con più disoccupati sono invece quelle che hanno speso peggio e realizzato gli interventi meno efficaci. Il solito paradosso italico; chi ha più disoccupati ha saputo fare meno per il lavoro. Quanto ci è stato dato per renderci più uguali ci ha reso ancora più diversi. Nascere a Brescia o a Palermo non solo ci rende diseguali in partenza per opportunità di impiego, ma anche per qualità della formazione, servizi per il lavoro, strumenti ed incentivi per mettersi in proprio. Una diversità di opportunità che arriva ormai a ledere i principi costituzionali della comune cittadinanza sociale e dell’uguaglianza tra i cittadini italiani”.

Quanto al ruolo dei centri dei centri per l’impiego e delle agenzie per il lavoro, dice Benini, “cresce, ma restiamo molto indietro rispetto all’Europa”. “Dove il lavoro si collega alla formazione - spiega - i risultati sono maggiori. La formazione è la principale forma di politica del lavoro, l’antidoto alla disoccupazione e al licenziamento. Le risorse per la formazione attribuite in questi anni alle Regioni sono nell’ordine di miliardi di euro, con milioni di ore di lezione e migliaia di formatori stipendiati. Sulla reale utilità di questa offerta formativa si può discutere. I dati sono evidenti: dove le Regioni hanno integrato formazione e lavoro, attribuendo alle Province la programmazione dell’offerta formativa, in rapporto con le imprese, i risultati sono stati buoni. In molti casi proprio questa scelta ha salvato dalla crisi alcuni distretti produttivi, preparando le professionalità necessarie alle imprese. Eppure molte Regioni non hanno integrato formazione e lavoro, molti assessorati sono distinti e l’offerta formativa non è gestita o programmata con il territorio, le imprese e con i servizi per il lavoro. In questi casi il sistema non funziona”.

“Dal punto di vista dell’accesso a politiche attive e incentivi per il reimpiego - continua Benini - in Europa chi perde il lavoro ha diritto ad una indennità generale, automatica e non contrattata, erogata attraverso i servizi per il lavoro e che prevede l’obbligo del disoccupato di partecipare ad interventi per il reimpiego. Anche in Italia dovrebbe essere così. E’ la strategia del ‘welfare to work’, il riferimento comune per parlare di cittadinanza sociale europea. Eppure da noi manca qualcosa. Mancano ammortizzatori sociali in grado di coinvolgere tutte la platea di chi ha perso il lavoro e manca un sistema di servizi in grado di accompagnare ovunque con attività di orientamento e formazione il disoccupato nella ricerca di un nuovo lavoro. Eppure l’Unione europea attribuisce centinaia di milioni di euro proprio a quelle regioni italiane in cui ancora manca la capacità di gestire politiche attive del lavoro e di promuovere il reimpiego di chi ha perso il lavoro. Che se ne fanno?”

“Difficile a questo punto parlare di una strategia nazionale per il mercato del lavoro - conclude - se le istituzioni nazionali e locali da anni non riescono ad accordarsi sui livelli minimi delle prestazioni, dei servizi e degli strumenti da dare a quei cittadini che cercano lavoro, che vogliono apprendere, che vogliono darsi da fare. C’è da chiedersi se queste gravi differenze e queste lacune ci permettano di parlare di un welfare nazionale per il lavoro. Eppure è evidente che la differenza di opportunità per i cittadini italiani ha anche a che vedere con la diversa qualità sul territori dei servizi, delle politiche e, perché no, della nostra classe dirigente. Forse è il caso di intervenire”.


08/10/2008
 
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