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Tra nuove povertà e vecchi ammortizzatori, quale ricetta contro la crisi economica
di Romano Benini
Gli effetti di questa crisi economica non sono solo finanziari, non riguardano esclusivamente i rendimenti dei fondi ed i destini dei risparmiatori. Questa crisi appare in primo luogo come una crisi produttiva, che agisce sui mercati finanziari così come sui salari, sul lavoro così come sulla crescita sociale. Una crisi che opera quindi nei termini della capacità del sistema di produrre ricchezza, ma anche occupazione ed opportunità. Affrontare una crisi con queste caratteristiche non è possibile solo attraverso operazioni di ricapitalizzazione della banche in difficoltà a spese del contribuente. Una crisi che aggredisce i fondamentali dell’economia ha bisogno in primo luogo di non produrre masse di nuovi poveri e un governo accorto la affronta anche con gli strumenti del welfare per il lavoro.
Questa è una crisi che rischia quindi di far più male a quei paesi in cui è basso il tasso di occupazione, in cui le imprese sono polverizzate e disaggregate, in cui lo stato sociale è debole, gli istituti del mercato del lavoro sono meno garantiti, la formazione meno diffusa e di qualità, le nuove povertà crescono. Con il 58% di tasso di occupazione, con servizi per il lavoro che permettono di trovare lavoro a meno del 13% della popolazione, una percentuale di over 50 al lavoro inferiore al 40%, i maggiori rischi di nuova povertà e di esclusione sociale in Europa, il nostro paese è oggi il meno attrezzato a gestire le conseguenze sociali di questa crisi. I tradizionali ammortizzatori sociali, con un po’ di creatività italica e di spesa pubblica aggiuntiva, non bastano e non basteranno.
Le ricette più efficaci per affrontare l’impatto sociale delle crisi produttive e finanziarie sono tradizionali e consolidate. Si tratta di evitare lo scivolamento dei ceti medi verso l’impoverimento con un mix fatto di benefici fiscali e di provvedimenti a sostegno del reddito e per il reimpiego. Si raccomanda in particolare l’introduzione anche nel nostro paese di uno strumento generale ed automatico di sostegno al reddito in caso di perdita di lavoro, da costruire nell’ambito della tanto attesa e tanto rimandata riforma degli ammortizzatori sociali. Lo fa anche il professor Boeri in un suo recente saggio. Si tratta di una proposta tanto sensata da sembrare ovvia, tanto presente nei sistemi europei di welfare efficaci da chiedersi il perché in un paese come il nostro, in cui sindacati e governo hanno dibattuto su ogni cosa, ancora non esista.
E’ evidente che sostenere la deriva economica delle famiglie e rimettere le persone al lavoro sia l’unico intervento strutturale in grado di rimediare ai danni che questa crisi sta producendo in vasti settori della società. Eppure la proposta di Boeri è tanto sensata e logica quanto oggi difficile, se non impraticabile in Italia. Come spesso capita in questo strano paese, in cui si trova con fatica ciò che è tanto normale trovare altrove. Per tanti motivi.
Un’unica indennità di disoccupazione estesa a chiunque perda il lavoro, come diritto di cittadinanza. Il nostro non è un paese con reali diritti di cittadinanza, che nascano come strumenti generali, automatici e non contrattati, che agiscono in presenza di una determinata condizione, per esempio la disoccupazione. Il nostro è il paese delle intermediazioni, delle relazioni, delle contrattazioni e delle raccomandazioni. L’attuale sistema di sostegno al reddito divide i lavoratori tra le categorie di appartenenza, lasciando fuori i più, ed è l’esatta traduzione di questa logica, che è un vero e proprio nostro tratto culturale. Ed è il sistema voluto in primis dalle organizzazioni sindacali, la cui funzione di intermediazione ed il cui potere ha da noi spesso a che fare anche con le trattative sulle casse integrazioni e sulla gestione dei tradizionali ammortizzatori passivi. Questo sistema è da tempo ingiusto, costoso e dannoso.
Per contrastare la povertà l’indennità di disoccupazione va necessariamente collegata alla partecipazione del disoccupato ad interventi per il reinserimento al lavoro (dalla formazione alla ricerca attiva). E’ una regola europea, da noi recepita nella forma con una legge del lontano 2000. Nella forma, ma non nella sostanza. Per accompagnare il disoccupato al lavoro infatti servono efficienti servizi per l’impiego. In una società evoluta quando si perde il lavoro si hanno infatti due diritti (di cittadinanza): il diritto ad una indennità di sostegno al reddito e ad un servizio efficiente che ti accompagni per trovare un nuovo lavoro. La combinazione è importante: quando rifiuti la proposta dei servizi per il lavoro ti viene tolta l’indennità. In ogni paese europeo avviene questo. Da noi il governo Prodi nel 1997 ha avviato i servizi pubblici per l’impiego, superando il vecchio collocamento, mentre il Governo Berlusconi nel 2001 ha affiancato ai pubblici i servizi privati, autorizzati e accreditati. Dopo dieci anni dalla riforma il sistema dei servizi per il lavoro da noi intermedia complessivamente meno del 15% della domanda e dell’offerta di lavoro. Una performance che in questi anni è migliorata, ma che resta molto lontana dal ruolo che i servizi per il lavoro riescono ad avere in tutta Europa. Eppure questi servizi sono conosciuti e diffusi anche da noi e in questi mesi migliaia di disoccupati entrano ogni giorno in un centro per l’impiego o in una agenzia per il lavoro. Questi servizi sono promossi attraverso le Regioni, con le Province chiamate a gestire i centri pubblici per l’impiego.
In questi anni, in assenza di linee guida ed interventi nazionali, si è prodotta una vera e propria babele, un caos che il Ministero del Welfare ha fatto fatica a controllare. Il regionalismo del nostro mercato del lavoro ha prodotto risultati poco omogenei: abbiamo Regioni in cui i servizi per il lavoro e la formazione funzionano e riescono a gestire anche il trenta per cento della domanda ed offerta di impiego, divenendo una valida alternativa alla pratica dannosa della raccomandazione. Sono però eccezioni, in media i servizi per il lavoro in Italia non sono ancora adeguati e la capacità di intervento e di regia delle nostre Regioni è molto diversa, in alcuni casi talmente inesistente da rischiare di restituire le risorse all’Unione Europea. Servono risorse, strumenti ed una strategia nazionale. Serve crederci, come per esempio è stato fatto in questi ultimi anni da due governi di segno politico opposto, il francese e lo spagnolo. Altrimenti non è possibile collegare l’erogazione dell’indennità di disoccupazione alla partecipazione ad interventi per trovare un nuovo lavoro. Se questo sistema funzionasse avremmo anche risparmi: circa il 30% dei nostri iscritti ai centri per l’impiego rifiutano l’eventuale proposta di lavoro quando gli viene fatta e quindi nel caso verrebbero cancellati dalle liste e privati del sussidio. Liberando risorse ed interventi per chi è disoccupato davvero.
Perché questo si faccia abbiamo bisogno di servizi efficienti e di Regioni e Province in grado di assumersi davvero questa responsabilità e di lavorare insieme. Non sta accadendo. La prevalenza dell’intermediazione, il regionalismo esasperato (nulla di più lontano dal federalismo), la scarsa capacità di governo dei sistemi, portano oggi il nostro paese a non potersi permettere l’antidoto più efficace e più economico alla crisi: aiutare i disoccupati a ritrovare un lavoro vero. Si preferisce mantenere un sistema in cui pochi disoccupati vengono pagati per stare a casa. E la riforma degli ammortizzatori sociali da dieci anni è ferma al palo.
Questo sistema comunque non funziona e non regge l’impatto: le risorse nazionali per il sostegno al reddito in caso di crisi industriali scarseggiano, quantomeno rispetto al forte aumento di richieste di cassa integrazione, e l’Unione Europea ci permette di utilizzare le cospicue risorse regionali per le politiche attive e per il reimpiego solo in presenza di reali interventi di accompagnamento al lavoro, da realizzare attraverso i servizi per il lavoro. Attingere a queste risorse è possibile solo con una intesa sul mercato del lavoro che il Ministero del Welfare è chiamato a definire con Sindacati e Regioni. Una intesa di questo tipo era negli obiettivi anche del precedente governo ed è credibile solo se si crea, da un lato, un'unica indennità di inserimento al lavoro per tutti, disboscando l’attuale giungla, e dall’altro la si vincola alla partecipazione agli interventi dei servizi per il lavoro, che possono alimentare le risorse aggiuntive dell’Unione Europea. Serve una riforma degli ammortizzatori sociali in senso europeo, per farla diventa oggi necessario mettere in discussione punti di vista, politiche e strumenti ormai datati ed inefficienti.
17/11/2008
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