La convenienza della legalità come conseguenza di politiche per lo sviluppo e per il lavoro

I dati e i risultati delle azioni avviate in questi anni per il sostegno all’emersione dell’economia irregolare mettono in luce alcuni aspetti rilevanti del fenomeno del lavoro sommerso e delle politiche più efficaci per contrastare l’irregolarità e il lavoro nero. L’attenzione al ruolo dei servizi per l’impiego costituisce un tema in parte nuovo rispetto alla tradizionale impostazione degli interventi per l’emersione e per la diffusione di una maggiore legalità. Eppure, l’evoluzione della legislazione in questi anni ha progressivamente collegato i tradizionali strumenti di incentivazione su base fiscale e agevolativa alla promozione di una strumentazione di servizio, da un lato, e alla creazione di strumenti condivisi per il sostegno allo sviluppo. Una strumentazione di servizio nel Mezzogiorno ancora in buona parte inadeguata.

L’attenzione e la convinzione del legislatore e degli studiosi di un fenomeno tipico della nostra economia come il lavoro sommerso, diffuso come elemento strutturale della nostra economia soprattutto nel Mezzogiorno, in questi anni ha rafforzato la necessità di far ricadere l’azione degli strumenti di incentivazione all’imprenditore in un ambito più ampio, che ha a che vedere con l’accesso ai servizi e a strumenti disponibili sul territorio per poter permettere all’impresa di compensare i vantaggi (limitati e temporali) del sommerso con le migliori economie derivanti dall’operare in un territorio idoneo all’agire di impresa. La convenienza per la regolarità e in grado di compensare i costi e le diseconomie di filiera produttiva o di territorio, non sempre sovrapponibili, che impongono alle singole imprese (soprattutto piccole o artigianali) di agire in modo più o meno parzialmente irregolare ha quindi a che vedere con la promozione di vantaggi di sistema.

Si tratta, quindi, di convenienze che riguardano direttamente la singola impresa e che derivano anche dal fatto che l’impresa possa agire in un territorio in cui la presenza di servizi, strumenti e forme di accompagnamento alla crescita dell’impresa siano una componente immediata ed esigibile dell’economia locale e al tempo stesso una condizione perché la legalità sia diffusa. Si tratta, quindi, di collegare e ben combinare i vantaggi “interni” e “attitudinali” derivanti da specifici provvedimenti di sgravio o di regolarizzazione progressiva mirati sulla singola impresa e destinati a stimolare comportamenti positivi nel singolo imprenditore con gli evidenti vantaggi derivanti dal poter agire e fare impresa in un territorio, in un contesto economico locale in grado di compensare le diseconomie del momento (territoriali, di filiera o derivanti dal condizionamento malavitoso o da crisi di settore, situazioni tipiche del tessuto produttivo di certe realtà meridionali) con l’operare in un’area in grado di favorire o sostenere l’agire di impresa o quantomeno il fare impresa alla luce del sole attraverso servizi, incentivi, strumenti e modelli organizzativi del territorio tali da consentire alla singola impresa di operare in rete ed in un contesto di filiera o di distretto organizzato.

Non è una caso che in un’area che veda la presenza di strumenti organizzativi di rete e di piccole e medie imprese in una realtà distrettuale abbiamo in genere una minor presenza di lavoro nero irregolare. In verità, non ci troviamo di fronte a una semplice dicotomia nelle forme di agevolazione e di sostegno e alla necessità di affiancare gli aiuti all’impresa con gli aiuti al territorio su cui e attraverso cui l’impresa opera (“concentriamoci sull’ambiente in cui vive il malato e non solo sulla malattia”), ma a un tema più complesso, che, partendo dalla regolarità diffusa e dalla convenienza della legalità, giunge ad affrontare aspetti più generali e di sistema: quali incentivi allo sviluppo, come combinare mercato e politiche di sostegno, come coniugare competitività e responsabilità sociale, come declinare i servizi per lo sviluppo e la qualità del lavoro.

In verità, il tema del lavoro sommerso e di quali interventi promuovere per contrastarlo costituisce a ben vedere un paradigma, una questione di fondo che permette al legislatore, all’amministratore, all’economista e in generale agli stakeholders di dare concretezza agli strumenti per lo sviluppo e per la crescita sostenibile, soprattutto in quelle aree del nostro Mezzogiorno in cui il lavoro sommerso costituisce non tanto una mera componente dell’evasione fiscale e contributiva o, all’opposto, dell’economia a controllo criminale, quanto invece il segnale della presenza di potenzialità di crescita di opportunità e di microimpresa che non possono permettersi futuro, in assenza di un territorio e di un contesto produttivo locale in grado di favorire comportamenti legali (per motivi vari e spesso intrecciati: assenza di infrastrutture, debolezza della filiera, inefficienza della pubblica amministrazione, presenza di infiltrazioni criminali nel mercato o più semplicemente il costo della corruzione e del ricatto malavitoso).

Allo stesso modo, l’assenza di un significativo impatto delle scelte delle amministrazioni e delle misure per il sostegno allo sviluppo e alla qualità del lavoro sulla quota percentuale di lavoro sommerso e sulla regolarità del lavoro sta a dimostrare il mancato raccordo tra misure di settore, incentivi e azioni per lo sviluppo locale e l’inefficacia degli strumenti normativi e agevolativi sull’economia vista come sistema e sul territorio. Non c’è emersione della singola impresa senza convenienza alla legalità e non c’è convenienza alla legalità se questa non è diffusa, non opera sul territorio prima che sul sistema produttivo. Quindi non c’è impresa, in teoria, che possa emergere come una monade e non c’è efficace azione per l’emersione che non agisca in termini positivi sulle imprese della filiera, sul legame tra impresa e territorio. Si emerge insieme. Allo stesso modo, tuttavia, le esperienze mostrano come non possa esserci servizio, strumento pubblico, incubatore, azione di controllo e repressione che non trovino giovamento da incentivi ed agevolazioni mirate e progressive.

Il punto, a circa dieci anni dalle prime sperimentazioni di leggi, misure di settore, incentivi e patti per l’emersione, sta oggi nel provare a superare la dicotomia tra le misure di sistema e per il territorio (che coniughino etica e competitività e facciano dell’etica una componente della competitività) e le forme di sostegno diretto attraverso sgravi e incentivi alla singola impresa chiamata ad operare alla luce del sole. Si tratta, in verità, di strumenti diversi e che richiedono normative e azioni distinte: tuttavia, è evidente la complementarietà tra questi strumenti. Le politiche di sistema e per il territorio non funzionano, o quantomeno riducono fortemente il loro impatto, in assenza di immediate, automatiche ed esigibili forme di abbattimento o di compensazione del carico fiscale, del costo del lavoro o quantomeno delle ammende previste per l’impresa che ha agito in modo sommerso ed irregolare.

Il tema è simile (ed è evidentemente collegabile) a un altro degli aspetti che limita l’appeal e l’efficacia dei nuovi servizi per l’impiego, soprattutto nelle regioni del Sud: l’assenza del collegamento diretto dei servizi e dei programmi di orientamento, di ricerca attiva del lavoro e di preselezione a un immediato intervento di consulenza e assistenza per l’imprenditore e all’erogazione di indennità per il disoccupato che si renda disponibile alla cercare ed accettare una offerta di impiego (workfare). Ci troviamo, quindi, di fronte a una fase delicata e al tempo decisiva delle azioni e degli strumenti di contrasto al lavoro sommerso: combinare le politiche di sistema e per lo sviluppo sostenibile alla strumentazione di agevolazione e di tipo promozionale rivolta alle singole imprese.

Molto è stato scritto, teorizzato e sperimentato sulle singole e diverse misure di intervento: la normativa di intervento promozionale sulla singola impresa ha in questi anni subito svariati interventi tra modifiche, integrazioni e aggiustamenti, mentre la logica dell’intervento di sistema, tra patti, concertazione e programmazione locale, ha prodotto una moltitudine di tipologie di servizi, strumenti e azioni. Interventi diffusi, capillari e costosi, il cui impatto mostra con evidenza la necessità di far appoggiare gli strumenti per l’impresa su azioni e servizi per il territorio in cui l’impresa opera. Un approccio “di sistema” che le recenti leggi promozionali, come la legge 383 (con lo strumento del piano di emersione) sembrano cogliere solo in parte. Resta, invece, ancora sullo sfondo e meno incisiva la capacità dei servizi per il lavoro e per lo sviluppo e quindi della programmazione regionale e della legislazione economica e del lavoro di combinarsi in modo virtuoso, di agire al servizio dell’emersione e degli strumenti per la legalità condivisa nell’economia.

Il tema è delicato e decisivo: in un sistema economico fortemente condizionato dalla presenza di piccole imprese, imprese artigiane e ditte individuali, in un sistema produttivo (soprattutto meridionale) caratterizzato da una componente rilevante di economia (e quindi lavoro) sommerso e con servizi per il lavoro e la formazione in parte ancora da costruire sulle esigenze delle imprese, la funzione ed il ruolo dei servizi per il lavoro e lo sviluppo è direttamente corrispondente all’impatto di questi servizi sui fattori di convenienza per l’emersione e sulle condizioni per la presenza di una etica economica sul territorio. Altrimenti questi servizi “non servono”.

Romano Benini


22/03/2005
 
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