E’ semplice per un’impresa coniugare etica ed economia?

E’ semplice per un’impresa coniugare etica ed economia? Pare proprio di sì, visto che si tratta del binomio che sta alla base della responsabilità sociale d’impresa (Corporate Social Responsability), ovvero una gestione aziendale che, oltre a produrre, fa anche ‘qualcosa’ per gli altri. Al concetto di responsabilità sociale d’impresa non corrisponde ancora una univoca definizione ufficiale. Si parla, con significato affine, di ‘etica di impresa’, di ‘cittadinanza aziendale’ (corporate citizenship), di ‘sviluppo sostenibile’, di ‘sviluppo durevole’.

Secondo la Commissione europea, la responsabilità sociale d’impresa è “l’integrazione volontaria da parte delle imprese delle preoccupazioni sociali e ambientali nelle loro attività commerciali e nelle loro relazioni con le parti interessate (stakeholder)”. Per le associazioni che, nel maggio 2003, hanno dato vita alla campagna ‘Meno beneficenza più diritti’, la Csr consiste nel fare in modo che tutte le attività aziendali, controllate direttamente o indirettamente, si svolgano nel pieno rispetto dei diritti fondamentali della persona e delle comunità in cui operano e garantiscano la protezione dell’ambiente in tutto il mondo. La responsabilità sociale dell’impresa (Rsi) è ormai argomento molto dibattuto; in Italia e nel resto d’Europa ci si è avvicinati, seppur con approcci spesso anche radicalmente diversi, a un tema già molto in voga nei paesi anglosassoni. Le imprese, sempre più globalizzate, sono di fatto poco regolamentate nelle loro strategie mondiali dalle legislazioni nazionali. Problemi sociali di importanza colossale sono molto spesso collegati alla nuova divisione mondiale del lavoro e ai metodi correnti di produzione per l’esportazione: l’estrema mobilità delle imprese del settore manifatturiero ha creato una durissima concorrenza a livello mondiale che in molte nazioni produce una ‘corsa verso il basso’ per quanto riguarda diritti dei lavoratori, salari, orari e condizioni di lavoro. Fenomeni come il lavoro infantile e in schiavitù non sono in diminuzione e si annidano in molti settori.

Nella seconda metà degli anni ‘90, le Nazioni Unite invitarono le grandi imprese multinazionali a definire accordi commerciali che contemplassero e tutelassero i diritti umani di base, quelli dei lavoratori e il rispetto dell’ambiente. Si intendeva, con questo, non solo la creazione di una piattaforma contrattuale equa ed ecologica ma anche l'avvento di un preciso impegno verso il mondo, la società umana globalizzata e l’ambiente che andava oltre la regolamentazione dei comportamenti. Il termine adottato fu quello di ‘Corporate Social Responsibility’ (Csr), che in italiano diventa responsabilità sociale d’impresa (Rsi), dove al termine responsabilità va attribuito, meglio, il significato di consapevolezza.

Molte aziende firmarono accordi con i partner commerciali, dai principali clienti e fornitori ai subappaltatori di attività di servizio, affinché fossero garantiti degli standard etici minimi (rifiuto del lavoro minorile e delle condizioni di sfruttamento umano, pari opportunità, etc). Fra i primi settori ad essere normati in tal senso, in Europa, il settore tessile che, per mezzo dell’associazione Euratex, rappresentante europea della categoria tessile, firmò un accordo sindacale in cui venivano garantiti i diritti sopra citati.

L’Unione europea iniziò ad elaborare una strategia di coinvolgimento delle aziende nel progetto Rsi già a partire dal 1997: venne costituito, infatti, un organo di consulenza dedicato e nel luglio 2001 venne pubblicato il Libro Verde sulla Responsabilità Sociale d’Impresa, un documento destinato specificamente all’apertura del dibattito a livello europeo su tale materia. Il Libro Verde fornisce le coordinate in base alle quali si intende muovere la Ue e dà già una prima definizione provvisoria di Rsi: un'adesione volontaria ad un insieme di norme comportamentali volte al miglioramento della società in generale e a partire dalla dimensione interna dell’azienda. Si individuano come stakeholder, ovvero referenti della Rsi, cioè ‘portatori di interesse’ tutti i cittadini - nessuno escluso - che siano in qualche maniera toccati o implicati nelle azioni dell’azienda.

E proprio il tema della responsabilità sociale è stato posto tra le priorità del semestre italiano di presidenza dell’Unione europea (giugno-dicembre 2003), durante il quale il ministero del Welfare ha presentato una proposta per favorire l’impegno sociale delle imprese. L’obiettivo è quello di arrivare a un vero e proprio ‘social committment’ delle aziende, un impegno sociale attraverso la creazione di partnership tra mondo del profit e Terzo settore, allo scopo di facilitare lo scambio di buone prassi e promuovere la diffusione di una cultura della responsabilità sociale. Ma senza porre il vincolo della volontarietà. “La responsabilità sociale - ha più volte sottolineato il ministro del Welfare, Roberto Maroni - deve partire dal presupposto della volontarietà. Escludiamo, infatti, che possa funzionare un sistema rigido e preconfezionato che porti a un riconoscimento attraverso un bollino sociale. Al contrario, il processo di certificazione non garantisce comportamenti virtuosi”.

Con l’università Bocconi di Milano, il governo ha formulato un set di indicatori. Un modulo che si adatta alle esigenze sia della micro che della grande impresa. Per il 2005, inoltre, dovrebbe essere realizzato l’Istituto scientifico di responsabilità sociale sul modello del Copenaghen Center. Un centro di ricerca che verrà cofinanziato dal governo la cui voce di bilancio, pari a un milione di euro, è già stata prevista in Finanziaria.

Ma qual è l’approccio del mondo imprenditoriale italiano alla Csr? Secondo una ricerca condotta nel 2003 da Unioncamere, il 45,9% delle imprese nazionali conosce gli strumenti della responsabilità sociale dell’impresa e il 10% ne adotta almeno uno. Cresce, inoltre, la domanda dei clienti alle imprese. In cinque anni, è infatti, passata dal 7% al 30% la richiesta di attestazioni di comportamenti socialmente responsabili. Essere socialmente responsabili migliora le performance e favorisce la competitività dell’impresa nel tempo. Codice etico (26,2%), certificazione e bilancio ambientale (rispettivamente 19,7 e 16,1%), sono gli strumenti più conosciuti. Riduzione dei consumi energetici (61,5%) e di acqua (57,2%), certificazione ambientale (51,7%) e sviluppo di energie alternative (51,5%) sono, invece, le pratiche ritenute più utili dalle imprese italiane che, una volta sperimentato un comportamento socialmente responsabile, dichiarano nella maggioranza dei casi di volerlo confermare per il futuro.

L’atteggiamento verso i singoli strumenti della Csr varia sensibilmente al variare del settore economico in cui opera l’impresa. Il macro-settore credito-assicurazione detiene la leadership per quasi tutte le forme di partnership con la comunità (le aziende appartenenti a questo comparto nel 34,7% dei casi erogano donazioni monetarie e nel 48,9% sponsorizzano eventi di interesse sociale). Le imprese appartenenti ai settori agroalimentare, costruzioni, manifatturiero e Ict dimostrano invece un’accentuata propensione ad adottare forme di certificazione ambientale ed ecologica dei prodotti nonché di programmi idonei a tutelare l’ambiente. La rilevanza dell’immagine cresce per le imprese che producono beni di largo consumo o erogano servizi, dove il contatto con il cliente assume elevata importanza (commercio-turismo, del credito-assicurazione e dei servizi alle imprese). Agroalimentare e costruzioni manifestano, poi, un’elevata propensione alla richiesta di attestati/certificati ai fornitori (rispettivamente 45,4% e 48,5%).

Un parametro della responsabilità sociale è anche la conoscenza e la valorizzazione delle persone, siano essi clienti o personale. La soddisfazione dei clienti e dei dipendenti, infatti, rafforza un’azienda, perché si sente di appartenere a un nucleo familiare, eticamente e socialmente sensibile. Tuttavia, l’impresa socialmente responsabile deve prevedere anche servizi aggiuntivi al personale e questo può avvenire solo con una conoscenza approfondita dei lavoratori, delle loro aspettative e nuclei familiari. I dipendenti si sentono maggiormente coinvolti dal ‘destino’ aziendale se sentono di appartenere a una sorta di comunità che, ad esempio, celebra i successi e gli anniversari dell’impresa e degli stessi dipendenti.

In questo senso, il management può mettere in campo una serie di iniziative come la banca del tempo, i circoli e il cral, gli asili nido, i servizi di trasporto, la card acquisti e il telelavoro. Tutti questi strumenti portano non solo al benessere del lavoratore, ma anche a una socializzazione tra dipendenti e dirigenti, tra dipendenti e impresa, tra i compiti individuali e la mission propria dell’azienda. Ma oltre che attraverso la partecipazione, la responsabilità sociale delle imprese passa anche per il rispetto delle pari opportunità. Il fenomeno della crescente presenza delle donne nelle istituzioni, nei partiti e nelle aziende è sotto gli occhi di tutti. Eppure, le donne ‘non salgono’ ai piani alti della piramide dirigenziale delle imprese, quanto e come gli uomini. La conciliazione tra i tempi di vita e i tempi di lavoro è un problema ancora aperto che pone la lavoratrice davanti a un bivio: rinunciare al lavoro, oppure abbandonare i propri doveri di cura familiare preferendo la carriera.

Stesso discorso vale nel caso degli infortuni, dove l’impresa dovrebbe farsi carico di una solidarietà particolare nei confronti dei propri dipendenti più deboli e, magari, ulteriormente in difficoltà a causa di un incidente. Tale atteggiamento non è solo una scelta civile, ma si traduce anche in una chiara opzione economica perché contribuisce in maniera significativa a far pensare all’impresa come a una seconda madre, a fidelizzare prima dei consumatori e degli utenti i dipendenti, farli sentire solidali e, quindi, lealmente efficienti, nei confronti dell’impresa stessa. Il passo successivo, attraverso un’adeguata campagna di informazione, è il coinvolgimento dei consumatori che, nella maggior parte dei casi, sono portati a privilegiare le imprese che rispettano la condizione dei più deboli, piuttosto che quelle che non hanno avuto la capacità e l’intelligenza di assumerli.

Non solo. Un’impresa infatti può diventare socialmente responsabile, anche contrastando il fenomeno del lavoro minorile. Un contributo, questo, reso ancora più efficace dall’Osservatorio sul lavoro minorile, che integra la cosiddetta rintracciabilità geografica con quella sociale e ambientale come elemento significativo da certificare, così da garantire che nella realizzazione di materie prime, semilavorati e prodotti finiti da qualunque parte del mondo provengano, non siano state consumate violazioni ai diritti sui minori, impiegandoli illegalmente nella loro produzione. Le imprese hanno, comunque, a disposizione uno strumento per ‘comunicare’ la propria responsabilità sociale: il bilancio sociale. Uno strumento volontario per valutare i risultati dell’attività aziendale nella loro dimensione sociale, ambientale ed etica e per renderne conto pubblicamente. In genere, pur non esistendo un modello univoco, il bilancio sociale comprende la definizione dell’identità, dei valori e degli obiettivi strategici dell’impresa, oltre alla descrizione del suo assetto istituzionale e della sua struttura organizzativa. Segue il calcolo della distribuzione del ‘valore aggiunto’ per gli stakeholder. Il valore aggiunto rappresenta la ricchezza che l’attività aziendale crea a vantaggio dei suoi interlocutori. Esiste anche il bilancio ambientale, un documento in cui l’azienda comunica la pianificazione, gestione e rendicontazione delle iniziative volte a ridurre l’impatto negativo esercitato sull’ambiente dall’attività produttiva.

Sabrina Rosci


14/04/2005
 
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