|
Csc, in 2008 rallenta occupazione e disoccupazione al 6,4%
L'occupazione nel 2008 rallenterà in linea con la stagnazione del Pil. Il ritmo di crescita dei posti di lavoro vedrà un leggero aumento dello 0,1% nel 2008 e dello 0,4% nel 2009 dall'1% del 2007. Sul fronte della disoccupazione si fermerà dopo dieci anni la discesa del tasso previsto al 6,4% nel 2008 (dal 6,1% del 2007) e al 6,5% nel 2009. E' quanto emerge dalle previsioni del Centro studi di Confindustria, secondo le quali il maggiore sviluppo occupazionale si avrà nei servizi (+0,8% nel 2008 e +1% nel 2009), mentre l'industria in senso stretto vedrà una flessione dello 0,8% nel 2008 (tendenza confermata dai dati del primo trimestre 2008) in lieve risalita nel 2009 (+0,2%).
Inizierà a ridursi nel 2008 e nel 2009 il numero degli addetti nella pubblica amministrazione, dopo la stazionarietà in atto dal 2002 e prolungando la mini flessione del 2007 (-0,1%). Le retribuzioni per dipendente avranno un buon incremento nel 2008 (3,5% dal 2,1% del 2007; 5,6% annuo già nel primo trimestre, inclusi arretrati e una tantum), in seguito al concentrarsi del rinnovo di molti contratti. Incremento che sarà però vanificato nel potere d'acquisto dal brusco aumento dei prezzi al consumo (+3,4% dall'1,8% del 2007), come effetto dei maggiori costi degli input energetici e alimentari importati. Questo determinerà, sottolinea il Csc, una sostanziale stagnazione delle retribuzioni reali.
L'invarianza delle buste paga a prezzi costanti si manterrà anche nel 2009 pur con dinamiche rallentate sia dei prezzi sia delle retribuzioni, che nell'industria, dopo il 3,2% nel 2008, torneranno al 2,8% registrato nel 2007. Nei servizi l'incremento del 2,8% (+2,7% dal 2% del 2007) si manterrà essenzialmente invariato nel 2009 (+2,6%). Nel settore pubblico, dopo la straordinaria ascesa del 2008 (5,4% dall'1,5%) nel 2009 l'aumento delle retribuzioni scenderà al 3% sempre che, rileva il Centro studi, il governo riesca a reperire le risorse necessarie ai contratti attraverso la razionalizzazione del personale.
Quanto ai salari reali medi lordi dei lavoratori italiani, secondo le previsioni, non perdono potere d'acquisto che invece sale anche se modestamente; a rallentare è solo la velocità con cui aumentano i redditi che restano comunque maggiori del lento incremento che continua a registrare la produttività. Tra il 1997 e il 207, infatti, calcolano gli economisti di viale dell'Astronomia, “il lavoratore italiano medio ha visto accrescersi il valore reale della sua busta paga annuale lorda di 1.787 euro (prezzi 2007), cioè quasi di una mensilità; per un dipendente pubblico l'incremento è stato di 2.184 euro, per un privato di 1.631 e della stessa somma per un addetto manufattiero”.
I dati dunque registrano, “un guadagno e non una perdita”, commentano ancora gli industriali che legano l'impressione di un arretramento dal rellentamento della velocità di adeguamento dei salari. “Negli anni '80 le retribuzioni salivano dell'1,8% annuo, cioè l'equivalente di 463 euro (circa 36 euro al mese), negli anni ’70 del 4,1%, ossia 1.054 euro l'anno ((81 al mese), negli anni '60 del 6,2% (122 mese)”: è questa perdita di velocità “a tradursi in una percezione di generalizzata diminuzione assoluta”, proseguono gli economisti di Confindustria.
E' per questa ragione che al passo attuale “occorrono 138 anni, cioè circa 2,5 vite lavorative, perché un lavoratore veda raddoppiare il proprio potere d'acquisto mentre negli anni '80 ne servivano 39, cioè il raddoppio avveniva entro l'arco della vita lavorativa. Inoltre, “la diseguaglianza nei redditi e la povertà in Italia non sono aumentate nei passati 15 anni”. “Restano alte nel confronto internazionale a causa della loro maggiore incidenza al Sud”, aggiungono gli economisti di viale dell'Astronomia, che indicano nel rilancio dello sviluppo e in una urgente riforma del welfare “con strumenti universali e mirati a tutti i soggetti in difficoltà a prescindere dalla categoria di appartenenza”, la strada per una riduzione indispensabile delle cause di disagio.
“Bisogna promuovere - dicono ancora- l'occupazione femminile e sostenere le famiglie con i figli”. Senza dimenticare che “la crescita del Mezzogiorno ridurrebbe molto la diseguaglianza”, assieme a una qualità dell'istruzione “indispensabile per accrescere la mobilità sociale”.
27/06/2008
|
|